Motivi per cui è assolutamente necessario piangere #5

1, 2, 3, 4

Correva l’anno 1996, e io che sono ormai una signora, per quanto fatichi a crederlo,  non voglio certo dire qual è la mia età, ma nel 1996 avevo 9 anni, certo dipende dal mese. Quelli prima di settembre avevo 8 anni, ma dal 22 di settembre in poi ne avevo nove. Dati i dovuti riferimenti temporali, possiamo andare avanti.

Nella mia città natia c’è una tradizione spettacolare:  le scuole elementari fanno una specie di torneo di calcio. Chi vince è Dio e va a fare il torneo regionale. Chi vince il torneo regionale è Ronaldo, sempre quello vero, non Cristiano, quelli dei tempi d’oro, che è sopra a Dio stesso. Mi si perdoni la blasfemia, ma su certe cose bisogna essere chiari.

Il motivo per cui mi sono appassionata al calcio è molto semplice: durante la ricreazione le mie compagne di classe passavano il loro tempo a litigare e tirarsi i capelli, mentre i miei compagni se la spassavano giocando a calcio con il pallone di carta, a volte di latta (nel senso che tante lattine legate con lo scotch fanno un pallone, se sei bravo) o facendo a botte seriamente, che come è universalmente riconosciuto è un’arte certo molto più nobile del tirarsi i capelli. Questo mi fece credere che il mondo maschile fosse superiore a quello femminile, convinzione che ancora nutro, in parte.

La mia radiosa carriera calcistica iniziò, dunque, con me che guardavo questi baldi maschioni sfidarsi tutti a colpi di scivolate. In quel momento capii che amavo immensamente l’umanità, e soprattutto quella parte di umanità che tirava calci a un pallone o a uno stinco. Penso di avere provato allora il mio primo istinto sessuale, ma non ne sono certa.

Da semplice osservatrice delle altrui giocate diventai presto telecronista per lo sfigato che nessuno voleva in squadra, nemmeno in porta. Egli, animo gentile e sensibile, forse un po’ gay, oltre a subirsi quell’umiliazione, che anche un decimo bastava, si doveva subire me che credevo con convinzione di essere Bruno Pizzul, o almeno di esserlo stata in qualche altra dimensione spazio temporale. Mi odiava, ma in profondissimo silenzio. Poi divenni arbitro. E mi odiarono tutti, e nessuno lo fece in silenzio.

Io, che non amo essere odiata e che amo il silenzio, capii che quella non poteva essere la mia strada. Così, chiesi a mio padre di insegnarmi a giocare a calcio, ma essendo mio padre Gattuso, mi insegnò solo a tirare calci agli stinchi delle persone, e alla mia prima obiezione da anima buona e pia cioè “ma babbo, ma non si fa, ma così mi buttano  fuori” mi scaricò definitivamente dicendomi che non avrei mai saputo giocare a calcio se non imparavo a mirare agli stinchi.
Quindi iniziai da sola con un supertele blu a palleggiare con il piede a martello. Dopo ore e ore e ore e pomeriggi passati in solitudine: io, me, il supertele e un bambino di circa tre anni che mi voleva rubare il pallone finalmente riuscii nell’impresa: dieci palleggi di fila. Che poi divennero 50, poi 100, poi 150. Di fila! Ah!

Dopo tutta questa fatica, dopo che avevo imparato a tenere la palla incollata ai piedi, dopo che mio padre, in uno slancio improvviso di bontà, mi aveva comprato la maglia di Del Piero, che era il suo giocatore preferito, non certamente il mio, per quanto io ancora non avessi definito per bene la mia identità di interista, e soprattutto dopo che uno dei maschi si ruppe una gamba, arrivò il mio momento. Potevano scegliere tra me e lo sfigato un po’ gay, mi diedero il premio fedeltà per avere assistito alle loro partite con molta partecipazione, e lo sfigato un po’ gay, umiliato di nuovo, continuò a odiarmi, nonostante io gli mandassi trionfante i bacini e gli facessi i versi perché io stavo giocando e lui no. Sono sempre stata una persona sensibile.

Ovviamente finii in porta. E ovviamente è la cosa che meno mi riesce al mondo dopo cucinare. Quindi, durante una partita, con quelli dell’altra quarta, lasciai la mia porta (portieri volanti) e andai, dribblandoli tutti, alla porta del mio avversario e presi il palo pieno.

Carestie e pestilenze stavano per abbattersi su di me, ma il pallone finì di nuovo tra i miei piedi e il gol fu facile facile. Trionfo. Tripudio. Onore e gloria. Il portiere non lo feci più.

Quando il maestro che si occupava del nostro corpo dovette selezionare quelli che avrebbero rappresentato la gloriosa scuola di musica nel torneo delle scuole elementari della città io fui convocata. Trionfo. Tripudio. Onore e gloria.
Le maglie erano blu. Io avevo il numero 7. Allenamenti pomeridiani a gogò con un pallone vero. Duemila moduli diversi. E mia madre che sclerava ritenendo che una signorina non dovesse giocare a calcio “perché se giochi a calcio ti vengo le gambe storte”. Allenamenti di basket saltati. E una roba che mi sa di felicità, ma ne sono certa.

Alla fine decise di giocare con un originalissimo 4-4-2 ed essendo che io ero rapidissima e sapevo tenere la palla finii nel duo di attacco, facevo la seconda punta, ma in panchina. Torneo a eliminazione diretta. Arrivammo ai quarti di finale con me che avevo toccato solo i palloni che uscivano dal terreno di gioco, ma con classe. Siccome il fato a volte è clemente, si fece male uno dei nostri e fu di nuovo il mio turno. Questo mio concetto di fato clemente è un po’ discutibile, me ne rendo conto.

Mentre stavo per entrare in campo mi assalì un dubbio terribile. Farmi o no il segno della croce come facevano i calciatori in tivù, ci tengo a chiarire in questa occasione che vengo fuori da una famiglia di pagani. Non riuscivo a decidere, quindi rimasi per un po’ di tempo lì a bordo campo a fissare il vuoto e a pensare se farmi il segno della croce potesse aiutarmi ad arruffianarmi un po’ il dio del pallone oppure no, fino a quando il mio allenatore non mi diede un calcio e io entrai in campo senza farmi il segno della croce.

La partita la vincemmo e io feci quello che dovevo fare. A un certo punto fui addirittura altruista  e regalai un gol a quello che faceva la prima punta nonostante sognassi di segnare.  Arrivammo, dunque, in semifinale. Due gol. No dico, due gol! E un assist. Quindi fu finale.

Tutte le scuole elementari della città erano sugli spalti a guardare la partita. La nostra scuola, essendo una scuola di musica, non era mai arrivata in finale. Il pubblico era contro di noi perché avevamo l’aria un po’ da spocchiosi.
5 a 4 per gli altri a due minuti dalla fine. Lamçe, col numero 7, si fa coraggio: progressione sulla fascia destra, ne scarta due, cross nel mezzo, di testa il numero 10, il portiere manda in calcio d’angolo. Angolo da destra, batte il numero 6, mischia in aria, il pallone esce dall’aria di rigore, Lamçe, ha davanti un avversario, porta la palla sull’esterno, lo salta, ha lo spazio per tirare, tira di interno piede. Rete! Reeeeeeeeeeteeeeeee! RRRRRReeeeeeeteeeeeeee!

Dio Santo, la felicità!

5 a 5 e calci di rigore.

Niente, segnano tutti tranne me, che avevo il cuore in gola e mi tremavano le gambe.

Non ho pianto davanti a tutti. Non ho pianto nemmeno quando i miei compagni mi hanno infamato,  nemmeno quando sono passata accanto allo sfigato un po’ gay che se la rideva di brutto, e nemmeno davanti a mia madre mentre diceva che non è uno sport da femminucce. Ma sotto le coperte del mio letto, solo Ronaldo, che è quello di prima, quello sopra Dio, sa quanto ho pianto.

(avevo un pigiama a righe con una grande barca a vela)

23 pensieri su “Motivi per cui è assolutamente necessario piangere #5

  1. E pensare che il calcio femminile poteva avere un rappresentante paragonabile a Roberto Baggio xD. Il miglior giocatore di calcio al mondo col solo errore di aver tirato male un rigore. Però faceva sognare tutti quando sfiorava anche solo un pallone, e di sicuro era un uomo da rispettare prima di essere un calciatore. Un rigore si può sbagliare, il resto della vita no ^^.

  2. Questa dei rigori mi ha fatto ricordare altri rigori. Alle elementari. In quinta. Più o meno l’anno in cui tu nascevi, ma prima del 22 settembre. Sai cosa vuol dire sentirsi fischiare, apposta, 5 (dico 5) rigori contro? Ed essere il portiere? (L’arbitro, che aveva tipo 2 anni più di noi, era un amico dell’altra squadra. Preciso: era una semplice partita organizzata per passare un pomeriggio giocando…pensa te). Riuscire persino a pararne uno ma vederlo poi ribattere in rete? E niente. Ricordi. Grazie.

  3. Pingback: Motivi per cui è assolutamente necessario piangere #6 | +S gen (350)

  4. Pingback: Motivi per cui è assolutamente necessario piangere #8 | +S gen (350)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...