Ci sono io, un usignolo poco più in là e una pallina da tennis.
Non ci sono galli, non ci sono pulcini.
Ci sono tradimenti.
Non c’è dolcezza.
Ci sono mondi estranei.
Archivi autore: Fatjona
Come si accoppiano gli orsi polari e le differenze con l’orso Yoghi
Volevo raccontare la storia di quello che aveva gli occhi di ghiaccio, nel senso che dai suoi occhi uscivano continuamente pezzi di ghiaccio, con i quali gli umani di quel tempo riuscirono ad evitare la catastrofe che stava causando lo scioglimento dei ghiacciai. Fu grazie a lui, infatti, che non morirono tutti i pinguini dell’universo, ma solo alcuni. E dobbiamo sempre dire grazie a lui se negli orsi polari, estasiati da tutto quel freddo, si riaccese il fuoco della libido. Ma poi ho pensato che avreste riso di me e del mio ambientalismo, che non è ambientalismo, quindi mi sono messa a disegnare cubi sulle buste mandatemi da le poste italiane.
Per quanto riguarda l’orso Yoghi, mi preme farvi notare che egli è più leghista di Borghezio. Cercare foto su google immagini per credere.
*sì- Santo Cielo!- se pensare alla libido degli orsi polari ti smuove gli ormoni, è come pensi.
La fondamentale storia di quello che divenne un reattore nucleare.
A quel tempo, un anonimo ragazzo americano, che essendo anonimo oltre a essere anonimo non ha nemmeno un nome, se ne stava su facebook a fare home-profilo, home-profilo, profilo-home, mi piace, home-profilo, profilo-home. Tutto questo in inglese, cioè l’inglese degli americani. E’ americano perché, per me, per gli americani è più facile essere anonimi, ma è una credenza un po’ stupida.
Non darò un nome all’anonimo perché deve essere anonimo e so anche che chiamarlo anonimo è dargli un nome e questo potrebbe essere un impedimento per la storia che voglio raccontare e infatti mi fermo un po’ e ci penso.
Posso dire – intanto che aspetto che mi venga un’illuminazione su questo problema filosofico certo non di poco conto – che iniziare una storia con “a quel tempo” è veramente fico. Tutte le storie dovrebbero iniziare con “A quel tempo”.
Niente, non riesco a dare una soluzione, penso di essere diventata una filosofa scettica, quindi cambio colore alle mie unghie, mi metto un colore un po’ scettico e un vestito anche esso un po’ scettico, e taglio la testa al toro: racconterò la mia storia senza l’anonimo. Anzi, facciamo finta che non sia mai comparso.
A cosa mi è servito mettermi lo smalto se poi taglio la testa a un toro e mi sporco tutta?
A quel tempo non c’era nessun ragazzo anonimo americano, ma tutti credevano che ci fosse Gesù. Ok, non tutti, ma alcuni. Questa storia è solo per alcuni. Non è che tiro in ballo Gesù quello vero, cioè, voglio dire, quello famoso, è un Gesù qualsiasi, e si chiama Gesù perché ogni volta che dici “A quel tempo” poi devi aggiungere Gesù. E io ci tengo alle tradizioni. Ok. Quindi:
A quel tempo Gesù, che non è un anonimo ragazzo americano, ma è Gesù, quindi non anonimo e presumibilmente non americano, lo deduco dal nome. Ok, è vero, non posso dedurlo dal nome, lo so e basta. Diamine!
A quel tempo Gesù, che è Gesù, faceva home-profilo, profilo-home, profilo-home, home-profilo e non metteva mai mi piace.
Mentre ne “La Repubblica Democratica Popolare di Corea” , che esiste anche quando non ci sono le Olimpiadi, ed esiste proprio come La Repubblica Democratica Popolare di Corea e non come Corea del Nord e soprattutto non come Corea del Sud, succedeva qualcosa.
Parentesi etnografica. La Repubblica Democratica Popolare di Corea è fortissima nella lotta greco-romana, è per questo che l’hanno tolta dalle discipline olimpiche. Forse non è per questo, ma comunque è un’ingiustizia. Fine parentesi etnografica.
Kim, che è un nome de La Repubblica Democratica Popolare di Corea, ho controllato, ma anche un uomo (è così che chiamano quelli di 20epassa anni ne La Repubblica Democratica Popolare di Corea, ho controllato ) si stava allenando per diventare un eroe nazionale e vincere la medaglia d’oro nella lotta greco-romana alle olimpiadi di Rio, quelle del 2016, (sembra così lontano il 2016 (ma non a Kim, ovvio)) quando alla radio hanno dato la notizia che la lotta greco-romana non era più disciplina olimpica. Kim si è arrabbiato moltissimo. Diobò, quanto si è arrabbiato. Si è arrabbiato così tanto che pensava di esplodere, e forse è esploso.
Credo che la storia sia finita.
E comunque, questo, anche se non sembra, è un appello per fare un appello al CIO contro l’eliminazione della lotta greco-romana dalle discipline olimpiche.
E comunque due, rimangono i problemi di fondo:
-
Se chiamo anonima una cosa, questa cessa di essere anonima, ma diventa “anonima”.
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Se taglio la testa a un toro, mi sporco.
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Tutti i tori sono “anonimi”. A parte Toroseduto che è appunto Toroseduto, e poi non è un toro.
27/03
Oggi mi sono svegliata e la prima cosa che ho visto erano sei uomini che si davano fuoco e uno di loro che moriva. Non è stata proprio la prima immagine, è chiaro. Se proprio devo essere onesta la prima cosa che ho visto, oggi come altri giorni, è stato La vita è molto confusa. C’è scritto in camera mia, non so perché.
Sono giorni un po’ così. Prendi il caffè, hai il cucchiaino dello yogurt infilato tra i denti, e vedi uomini che sembrano falò. Per protesta, dicono. Si vedono taniche di benzina e accendini che compaiono e poi cadono per terra. Una scarpa nera, solitaria in mezzo a una vecchia piazza. Corpi infiammati che si dimenano correndo in cerchio e si sente l’odore del pollo della domenica, solo un po’ più forte. Immagino che brucino così i corpi umani.Immagino che sia quello il loro odore. Molto forte.
Immagino grida.
Immagino pianti.
E mica capisco.
Motivi per cui è assolutamente necessario piangere #6
Qui i motivi per cui piangere #1, #2, #3, #4, #5
Non mi è mai piaciuto il numero 6. E’ un numero perfetto, lo so. Personalmente non ho niente contro la perfezione, ma sono antipatie viscerali.
Mio nonno, quando ancora camminava, zoppicava, dopo avere finito di fare le sue cose si sedeva insieme a suo fratello su una seggiola quasi rotta, sul ciglio della strada. La strada è grande, è la strada principale della città, ci passano tutti almeno una volta al giorno, e proprio lì c’era la casa di mio nonno. Che ora non c’è più. La casa e anche mio nonno.
Se ne stavano così per ore, sceglievano ciascuno un colore e contavano quante automobili di quel colore passavano di lì. E aspettavano che tramontasse il sole. A volte litigavano perché le questioni cromatiche non sono mai così nette e, in particolare, mio nonno credo soffrisse un po’ di daltonismo. Un daltonismo tutto suo.
Una volta, quando non c’era di meglio da fare, ed era strano che non ci fosse di meglio da fare, l’ho fatto anche io. A me hanno dato da contare le auto rosa, ché io non sapevo ancora contare tanto bene. Ero molto fiera di potere partecipare al gioco, anche se il rosa non mi è mai piaciuto come colore. Mi sono seduta accanto a questi due grandi vecchi, su una sedia più piccola che era la mia sedia personale, costruita dalle mani del mio babbo personale. Era noioso, però. Mi sono sporcata le scarpe in un modo indelebile giocando con la polvere, tanto era noioso dovere aspettare un’auto rosa. E sulle mie mani a ben guardare, secondo me, c’è ancora traccia dei disegni che facevo per terra mentre aspettavo l’auto rosa.
Non arrivò mai e io mi arrabbiai. E, non mi guardai allo specchio, ma sono sicura di avere fatto la stessa faccia che faccio ora quando sono arrabbiata e un po’ delusa e un po’ sconfortata. Ho corrucciato le sopracciglia e poi le labbra, e mi si sono riempiti gli occhi di lacrime e le ho fermate stringendo forte i pugni, ché non si piange quando si è arrabbiati, dice nonna.
Così, io adesso sono qui che aspetto. Sono passati circa vent’anni e io ancora conto quando aspetto. Io detesto aspettare. Faccio disegni con i piedi. Scrivo sui fogli. Mi agito. Mi alzo, cammino. Mi siedo su sedie scomode, che non sono costruite dalle mani personali del mio personalissimo babbo. Mi rialzo. Conto quante persone senza capelli passano di qui. E a quanti tremano le mani. Conto quante lampade accese ci sono, e mi chiedo perché mi sembra tutto così buio, se qui ci sono tutte queste lampade accese.
Io ancora non ho allenato il mio cuore all’attesa, soprattutto di cose che non dipendono da me. Così, ancora, stringo forte i pugni e cerco di ricordarmi che non si piange quando si è arrabbiati.
è sporco e fango. E polvere.
“Dal tempo in cui l’acqua ci inventò, non abbiamo fatto che cercare il fango. Più separiamo noi stessi dal sudiciume, più separiamo noi stessi da noi stessi. L’alienazione è la malattia dei non infagati.”
Post straziante per persone straziate in cui non si parla di canguri
Sottotitolo: e nemmeno di campagna elettorale o calciomercato.
Post:
So.
A volte fare le cose più normali può essere straziante. Tipo stare seduti quando si ha le emorroidi. Prendi me ad esempio. Oggi, che è già ieri, o forse l’altro ieri o una settimana fa, sono tornata alle cose mie, al mio quotidiano. Al latte macchiato, dopo tanti caffè, che poi non erano nemmeno così tanto caffè.
Il mio bar è arancione. Nel senso che c’è una luce un po’ arancione e a me sembra di essere in un film di Bertolucci, ma non so mai dire quale. Dei bar amo gli specchi attraverso i quali vedi gli occhi un po’ assonnati di baristi un po’ tristi e la confusione di chi ha fretta e fa tutto veloce.
Nei bar penso sempre che abbiano tutti le emorroidi, e non si siedono perché sedersi è straziante, se hai le emorroidi.
Oggi, che è già ieri, o una settimana fa, non ricordo, non mi sono seduta nei tavolini eleganti del mio bar arancione, come le persone piene di emorroidi. Ché mi pareva uno strazio stare lì, nella mia vita senza.
Ho pensato è solo polvere come tutti gli altri, ma un po’ di più.
Ciao e grazie di tutto il balsamo.
Ieri, fatalmente, mi hanno fatto un dono. Io l’ho guardato, l’ho toccato, l’ho girato, l’ho aperto. Ho sorriso e mi sono detta che tutti perdono qualcosa. Tutti perdono qualcosa, ho detto poi ad alta voce. Il donatore è rimasto un attimo perplesso, come i donatori di sangue. Un po’ pallido.
(Ci tengo a precisare, per coloro che avessero voglia di donarmi qualcosa in futuro, che non è che sono sempre così spiritata e non è che è così che ringrazio.)
Ho sviluppato nei nanosecondi successivi una teoria psicopoliticoeconomicofilosofica detta gli archetipi di Fatjona, che parte dalla domanda “Cosa hai perso?” e, dalla risposta a questa, costruisce un mondo.
Non posso darvi in anteprima i dettagli di questa mia nuova e rivoluzionaria teoria perché conto di farci un sacco di soldi. Ma una cosa ve la posso dire (premio fedeltà): primo archetipo, colui che perde il pelo.
Io non credo alla fuga. (e nemmeno alla foga, ma questa è un’altra storia.) Persino il punto di fuga mi ha sempre dato un po’ di problemi, ché io sta cosa della prospettiva, in realtà, non l’ho mai capita in tutto questo tempo, e di Leon Battista Alberti* mi piace soprattutto il nome: Leon Battista, mon Dieu.
Ciò che è inchioda, credo. E’ un inchiodare tipo Gesù. E Gesù, per quanto fosse magico, non fuggì con la sua croce. Perché la croce, a sua volta, inchioda. E anche la terra inchioda.
Io credo ai chiodi dunque, non alla fuga. E’ perciò che me ne vado.
*Leon Battista ha scritto questa cosa che si chiama De Pictura nella quale egli, proprio lui, fa la prima trattazione teorica del punto di fuga. Non è che sono scema, è che ho le sinapsi che viaggiano a velocità supersoniche.
Sprofondò la scatola bianca alle cinque della sera
Si chiama “Anima assente” (ne ho riportato solo una parte) ed è di Garcia Lorca. E’ l’ultima parte di Lamento per Ignacio Sanchez Mejias. E’ bella in un modo assurdo.
Non ti conosce il toro né il fico,
né i cavalli né le formiche di casa tua.
Non ti conosce il bambino né la sera
perché sei morto per sempre.
Non ti conosce il dorso della pietra,
né il raso nero dove ti distruggi.
Non ti conosce il tuo ricordo muto
perché sei morto per sempre.
Verrà l’autunno con conchiglie,
uva di nebbia e monti aggruppati,
ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi
perché sei morto per sempre.
Perché sei morto per sempre,
come tutti i morti della Terra,
come tutti i morti che si scordano
in un mucchio di cani spenti.
Del mio immenso problema “primarie” e di come l’ho risolto
Io avevo questo enorme problema qua che non sapevo se votare o meno alle primarie. Sono stati giorni orribili, quelli in cui non sapevo se andare a votare alle primarie. Quindi, per chiarirmi le idee, mi sono letta i programmi di tutti i candidati, tutto. Ho litigato con tutti di tutto. Ché di questa politica non si dovrebbe parlare mai, soprattutto non in treno o su facebook. No. E’ un errore. Soprattutto io non devo parlare di ambiente ché poi mi infervoro. No. E’ un errore.
Siccome non riuscivo a sciogliere le mie riserve mi sono detta “Ok, decido dopo il social forum”. Sono andata al social forum. E’ andata così così. Quindi mi sono detta “Ok, decido dopo la manifestazione del #14N”. Sono stata alla manifestazione e mi sono detta “Ok, guardo il confronto su sky”.
Nonostante mi sia impegnata, come si deduce da quanto sopra, sono arrivata a ieri che era giovedì (e domenica si vota!) che ancora non sapevo se votare. Considerando che ieri era giovedì (e domenica si vota!), mi sono detta io ieri “Ok, dai, datti una mossa! Prendi una decisione consapevole, Fatjona. Non fare come fai di solito. Non rimandare sempre. E’ importante questa volta. Questa volta è fondamentale. Abbiamo l’opportunità a portata di mano. E’ arrivato il momento di cambiare l’Italia, il mondo, le leggi dell’astrofisica.”
Talvolta esagero quando parlo tra me e me.
Quindi ieri, che era giovedì (e domenica si vota!) quando ho avuto un minuto di tempo libero e Filippo, stanco dei nostri giochi, si è addormentato, e io lo guardavo e mi sentivo responsabile del suo futuro e anche del mio, e mi sono messa a pensare. Renzi, NO. Bersani, no. Puppato, macché. Vendola, bohmahuhm. Tabacci,.
“Non ti va mai bene niente a te, Fatjona. Bisogna parlare con le casalinghe, Fatjona. Non si può stare in una torre d’avorio, Fatjona. Eh allora continua a parlare di fuffa, Fatjona. A fare l’intellettuale. Ma noi stiamo cercando di cambiare il mondo, Fatjona. Tu cosa proponi, Fatjona? Non si può parlare di fuffa agli operai, Fatjona. Bisogna essere concreti. Fatjona, c’è la grande finanza. Ma c’è bisogno di leader forti, Fatjona! Non lo capisci? Le persone hanno bisogno di leader forti! E il futuro dei nostri figli, Fatjona, in mano a chi lo lasciamo? Eh?”
Quindi, rassegnata un po’, mi sono messa a leggere un libro di fiabe di Filippo che era lì. Ho letto la prima fiaba, e mi è piaciuta molto, poi dopo la prima fiaba c’è la seconda fiaba di solito in un libro di fiabe, e infatti anche in questo caso. Solo che tra le due c’era un foglio.
“I vestiti nuovi dell’imperatore”
C’era una volta (e solo una) molti molti anni fa, così tanti che il passaggio del tempo non era neppure iniziato, un Re che amava così tanto i vestiti nuovi che spendeva in essi tutto quello che aveva.
Possedeva un abito diverso per ogni ora della giornata, per ogni giorno della settimana, e per ogni settimana dell’anno..
Niente importava per Lui, eccetto i Suoi vestiti; eppure non trovava soddisfazione neppure nello splendore di tutto quel guardaroba. Tutte le volte che il Suo sarto veniva al Palazzo, Egli gli chiedeva continuamente qualcosa di nuovo.
Alla fine il sarto era sull’orlo della disperazione; non riusciva a trovare più nulla di nuovo, ed il brutto è che era l’unico sarto in tutto il Regno.
Così pensò e pensò, e riuscì finalmente a ordire un piano. Disse al Re di aver inventato un nuovo tessuto che non solo cambiava colore e forma ogni momento, trasformandosi sempre in un nuovo abito, ma rivelava anche coloro che erano stolti, ignoranti, stupidi, o tutti e tre, in virtù di una sua magnifica proprietà. Ad uno stupido, il tessuto sarebbe stato invisibile, mentre ad un saggio sarebbe apparso in continuo cambiamento e splendidamente bello.
“Che formidabili abiti!” pensò il Re tra Sé. naturalmente tra Sé. sempre tra Sé. “Solo indossandoli riuscirò a distinguere i saggi dai pazzi”.
Subito commissionò al sarto i nuovi vestiti. Le settimane passarono, e questi abiti non arrivavano; e non c’è da meravigliarsi, poiché non c’era niente da spedire. Il sarto non aveva intenzione di cucire nulla; intendeva far recapitare al Re “un bel nulla”, dopo aver lasciato passare un adeguato periodo di tempo per convincere il Re che i vestiti, come Gli aveva spiegato a lungo e con un linguaggio eccessivamente tecnico, avrebbero previsto ogni possibile circostanza con raffinato dettaglio e che erano molto difficili da produrre.
Finalmente il pacco con l’abbigliamento invisibile arrivò ed il Re lo aprì eccitato, solo per scoprire che Egli non riusciva a vedere proprio nulla..
Ma non desiderando apparire stolto, ignorante o stupido, o tutti e tre, fece finta d’indossare i nuovi vestiti ed uscì tra la gente del Suo Regno.
E pensate anche solo per un momento che i suoi sudditi volesse rischiare la testa accennando alla Sua nudità? Neppure per sogno! Nessuno lo fece! Fin quando un bambino disse, un po’ troppo forte, mentre il Re stava passando in processione:
“Ehi, guardate! Il Re è nudo!”
Ecco. Mi sono fermata. Il Re è nudo, ecco. Mi ricordava qualcosa. E’ Andersen. Solo che questa non è la versione di Andersen.
Io ho guardato Filippo, ho pensato, mentre notavo i movimenti del suo piccolo petto, a cosa rappresentava per me il vestito invisibile, chi era per me il re, cos’erano i suoi vestiti, chi era il sarto, chi sono le persone che non vedono, chi è che vede, chi è che parla, cosa si può vedere. E ho deciso.
Come pulire il tuo acquario e difenderlo dagli attacchi dei panda
Ci sono momenti nella vita di una persona in cui la persona sogna di essere un pesce. Non so se succede a tutti. A me sì. Ma io una volta mi sono anche immaginata di essere trasformata in panda dal controllore del treno perché non faccio mai il viaggio seduta. Cioè, mi sono immaginata un sistema politico così invasivo da avere dei funzionari che ti tirano i pugni diritto all’occhio (quello da cui ci vedi meglio, perché sanno tutto), se non fai le cose come dicono loro e ti trasformano in un panda, appunto. Che poi non sarebbe nemmeno tutto ‘sto male a pensarci bene.
Mi ricordo l’immagine di me riflessa nello specchio di un albergo mentre mi metto il mascara. Uno specchio così sporco di impronte di vite passate di lì, che io dovevo cercarmi un mio spazio. Ricordo sullo sfondo gli occhi sorridenti e assonnati che mi guardavano. Ricordo l’incrocio di sorrisi, i nostri. E io che mi giro e le poche parole. Ricordo i capelli neri, come si incastravano perfettamente con le mie mani, e i cappotti anch’essi neri che stanchi guardavano indiscreti.
Faceva freddo, ma non era Natale. E noi eravamo a Parigi.
So di certo che non era Natale perché nessuno è così stupido da andare a Parigi a Natale, e noi un po’ stupidi lo eravamo ma non così ricchi.
Mi ricordo una giornata di sole, mi ricordo noi che usciamo dall’albergo e tu che mi apri la porta. Ricordo me che inciampo. Ricordo l’eleganza e la grazia dei tuoi movimenti. Come ammirata li guardavo. Ricordo il tuo corpo possente accanto al mio un po’ più fragile, come le tue scarpe seguivano le mie, le tue lunghe gambe che si adeguavano al mio passo e come guardavo le nostre ombre.
Ricordo come Parigi si muoveva agitata intorno a noi e noi la guardavamo con lentezza. La sciarpa che ti copriva il viso e il tuo naso rosso, il vapore che usciva dalla tua bocca e come ti scaldavi le mani. Ricordo le tue mani. Le ore passate in coda al Louvre, me stranamente silenziosa e tu che stranamente parlavi e parlavi ancora. Ricordo me che smetto di ascoltarti dopo cinque secondi, al solito. Ricordo i nostri sorrisi. La tua barba. E come ti guardavo mentre guardavi.
Ricordo le baguette avec jambon blanc e i je t’aime sussurrati. Ricordo il nostro ultimo vero abbraccio. Di come tutto questo mi riempiva il cuore, me lo faceva scoppiare, eppur non mi bastava. Ricordo come tra le tue braccia, nel nostro ultimo vero abbraccio, mi ricordai di quella volta in cui pescai uno squalo gigantesco* nel lago di Vetrice ed ero così felice e lo volli abbracciare e lui si dimenava tutto e voleva scappare. E io mi chiedevo cosa sentissero i pesci e come si toccassero. E se puzzavo perché lo squalo proprio non ci voleva stare tra le mie braccia.
Ricordo come nel nostro ultimo vero abbraccio desiderai per la prima volta quella cosa che adesso desidero sempre: essere un pesce e scivolare, essere un pesce e sfiorare, essere un pesce e lentamente nuotare.
*leggasi trota
Cari tutti,
Ho preso molti altri treni dall’ultima volta che ho parlato di treni qui su +Sgen (350), il blog dal titolo più enigmatico del pianeta. E ho fatto anche molte cose. Ho incontrato molte persone. Ho sorriso molto, dio santo. Ho fatto un giro strafigo durante le mie vacanze. Ho fatto domande assurde, con gli occhi che luccicavano. Ma ancora non ho capito cosa ho capito. Ho letto molte storie, alcune ad alta voce, altre in silenzio. Tante altre mi hanno attraversata. Ho tradotto, letto, a volte provato a scrivere, poesie. E ho avuto molte volte paura, moltissime. E come uno struzzo ho infilato la mia testa sotto il cuscino. Ho giocato con le ombre. Ho giocato con me stessa, con il mio cuore, con il mio corpo. Corpo che mi ha abbandonato ancora, alla vigilia di un provino calcistico. Ho fumato, ho bevuto, ho smesso di fumare, ho ricominciato. Ho perso 5 chili e sono molto meno veloce adesso, ma in salita, in bici, vado meglio. Ho dormito, rannicchiata, su un letto troppo grande per essere il mio. E ne ho avuto paura e mi sono fatta sempre più piccola. Ho sentito il fischio dell’ultimo treno. E non l’ho preso. Ho sentito il silenzio e il deserto. E ancora lo sento. Ho detto “fine” per la prima volta in vita mia e ho tremato. E ancora tremo. Ho anche compiuto gli anni, 25, come gli anni di Cristo meno 8 e, alla faccia di chi dice che il sistema sanitario nazionale non funziona, quelli dell’USL mi hanno mandato subito la letterina con l’invito a recarmi all’USL per effettuare il pap test. Questo mi ha fatto sentire il peso del mio tempo in maniera indicibile, e tutti ne ridono di questa cosa mentre io soffro, e adesso quando cammino mi sento la massa di un intero continente sopra la mia testa (non so quale continente) e sento di nuovo una incredibile vocazione alla morte (e mi canto sempre tra me e me quella canzone di De André che fa “camminavi fianco a fianco al tuo assassino”. Ho provato a rigiocare a scacchi con mio nonno, ma lui non ci vede più e allora abbiamo smesso di giocare. Mi è venuto da piangere e l’ho abbracciato lui ha pianto e mi ha detto “figlia mia, morirò e non ti vedrò sposata… cosa hai fatto in questi 25 anni?” e allora io ho riso.
Io, per esempio, ho un android e viaggio molto in treno
A me, per esempio, piacciono le poesie
Mi piacciono quelle che hanno un tu.
Perché le cose più belle hanno un tu.
E sono coraggiose, le cose più belle, come i cavalieri dello zodiaco.
Ti amo, per esempio, ha un tu.
(Ha così tanti tu, ti amo.)
E a me piace così tanto quando dici ‘Ma tu…’
Anche io vorrei dirlo sempre
‘Ma tu…’
A me, per esempio, piacciono i viaggi in treno lunghi lunghi
Con i treni lenti lenti
Solo per trovare il tuo sorriso attento
E sorridere anche io come sorridono i reali.
Io adesso, qui in treno, per esempio, vorrei solo dirti
“Ti prego, amore mio, non sentirne il peso, ma solo tu puoi salvarmi”
Te lo sussurrerei piano
Con tante pause e il mio sorriso reale
E arrossirei, come chi dice cose vere
I coraggiosi.
Da grande potresti fare il panettiere, e fare grandi cose per te e per i tuoi amici.
Io ho letto questo post di Matteo oggi, leggetelo anche voi se vi va, intanto cito un passaggio (che è metà articolo) che mi ha colpito:
Nella Società del Mulo all’orizzonte di chi lavora non c’è la dignità, né l’emancipazione, né il concorrere al bene pubblico attraverso l’azione individuale o collettiva e organizzata. Nella Società del Mulo all’orizzonte di chi lavora c’è qualcuno – o qualcosa – che dovrà decidere se la nostra fatica quotidiana sia meritevole oppure no di un riconoscimento sociale o economico. Quel qualcuno – o qualcosa – deciderà se sia il momento della carota, o di continuare col bastone. E per distrarsi dalla vista di un orizzonte tutto sommato cupo, ma inevitabile, nella Società del Mulo si è liberi di biasimare chi è troppo lento o arranca. O di usare quelli che non ce la fanno come scusa contro chi magari sta un po’ più avanti, ma infinitamente lontano dalla carota all’orizzonte. “Ti lamenti perché lavorando hai perso l’uso della gamba? Vergogna, c’è chi le ha perse entrambe”.
Ovviamente ho pensato diverse cose, per lo più assurde, come mi succede spesso, e che c’entrano il giusto; la prima in ordine cronologico è la storia che mi raccontò una volta un mio amico di un suo nonno morto perché caduto dal mulo. E’ una storia molto affascinante in cui è contenuta un po’ tutta l’umanità, almeno quella che conosco io, ma semmai la racconto un’altra volta.
Poi mi è venuto in mente -dio sa perché- il discorso funebre di un signore al funerale di un altro signore, di cui non ricordo il nome (né ricordo perché ero lì, giacché i funerali tendenzialmente li evito (#vigliaccherie)).
Ha lavorato una vita, ha fatto così tanti sacrifici era veramente un brav’uomo.
Poi ho pensato alla cerimonia delle Olimpiadi, a come c’erano questi ballerini prestanti (nel senso che erano fisicamente okay, perché noi tutti sappiamo che gli inglesi sono il popolo più brutto dell’universo, secondi solo ai greci, forse) e a come ogni tanto invece si vedevano delle persone in carrozzina che correvano e ballavano (sì vabbè la retorica e bla bla bla ma) era così bello che ci fossero.
Oggi in vasca, sempre alle Olimpiadi, c’era una ragazza che lotta contro il cancro da quando aveva 12 anni, era lì, non si è qualificata perché gli altri sono più bravi, più veloci, fisicamente migliori, ma era lì.
Ieri mi hanno detto che un ragazzo della mia età è morto, perché a 25 anni se nasci fisicamente inadatto e geneticamente predisposto a essere selezionato naturalmente, e nasci in un posto remoto dell’Europa e in una famiglia povera che non si può permettere di combattere contro la malignità dei geni che ti ha trasmesso, soffri e muori.
Due giorni fa, parlando col mio ex compagno di stanza ospedaliero, che ha quasi 30 anni ma è piccolo piccolo e ha un tumore osseo e passa il suo tempo a soffrire, mi sono sentita dire questo ” a cosa servo io così?”
Bene, la società che stiamo costruendo, nel nostro vigliacco e tutto sommato comprensibile-per carità- rispetto dell’ordine prestabilito, è una società in cui le persone si domandano a cosa servono e in cui alla fine della vita ci si saluta dicendo “ha fatto tanti sacrifici”. Una società in cui si fa ritorno al regno animale, alla violenza della necessità che nega ogni possibilità di libertà; in cui si invoca una cosa che chiamano merito, ma che sa di epurazione eugenetica.
Antropofagie
Mica è semplice scegliere il nome di una persona. Io per esempio non ho avuto un nome per un sacco di tempo, mio padre quando accarezzava la pancia di mia madre diceva “ciao anonimo figlio mio” (non sapeva che ero Fatjona ed ero femmina. Stupido, padre mio!) Poi alla fine ci sono arrivati ed io fui finalmente Fatjona, che è un nome bellissimo, soprattutto se lo devi scrivere (provare), ma è anche un nome strano soprattutto per quella parte del mondo che chiama le proprie figlie Laura, Sara, Chiara, Margherita, Giulia etc. etc. Così di nomi strani nel globo ce ne sono tanti, dipende dai punti di osservazione. Ornella Muti, che è un nome e un cognome, faceva molto ridere i miei amici, per esempio, soprattutto il cognome. Uh, che risate! A me non faceva molto ridere, a dire il vero, ma ridevo di riflesso ché mi sembra sempre brutto dovere lasciare ridere le persone in solitudine. E’ la più alta (nel senso di grande, odiosa, schifosa) forma di mancanza di sensibilità, mi sono detta una volta mentre guardavo un albero muoversi.
(Prova te a ridere di una cosa di cui non ride nessuno! Sono momenti orribili.)
Tutto questo per dire che se i due personaggi della storia che sto per raccontare si chiamano Bulimio e Curiosità, non vi dovete stupire, almeno non più del fatto che ci sono e sono stati milioni di genitori nei secoli che hanno chiamato il proprio bambino, con incredibile originalità, Francesco.
Così Bulimio, che non si chiama Bulimio a caso, è bulimico. Curiosità, invece, non saprei descriverla, perfino sul sesso ci sono dei dubbi. Succede che questi due si incontrino un giorno per caso, se caso si può definire trovarsi nello stesso posto nello stesso momento. A Bulimio piacque subito Curiosità, e già dopo il primo sguardo se la voleva mangiare tutta. Si ritiene opportuno precisare in questa sede, per avere un’idea corrispondente al vero del personaggio, che Bulimio vuole mangiare tutto, ma questo Curiosità non lo poteva sapere, così ella si sentì lusingata di quello sguardo infuocato, di quei denti che diventavano aguzzi e preannunciavano incredibili notti di passione. A Curiosità piaceva l’idea di farsi mangiare e a Bulimio piaceva divorare. Era tutto perfetto.
Uscirono insieme diverse volte e lui le diceva cose incredibili tipo “Curiosità, tu per me sei come il latte nel biberon per i beluga” E lei lo guardava con ammirazione e gli diceva “cosa sono i beluga, Bulimio?” “balene, Curiosità, balene” e a quel punto a lei gli occhi si riempivano di riflessi marini. E lui che adorava il mare e i suoi pesci li voleva mangiare. “Curiosità, i tuoi occhi sono così belli che io li mangerei” “mangiali – diceva Curiosità- ma non ti vedrò più” “cosa importa- le disse-saranno dentro di me” e li mangiò.
E se la mangiò tutta, e poi vomitò. E non fu nemmeno dentro di lui. Nemmeno per qualche ora. Non ci fu più Curiosità.
Bulimio non è una bella persona.