Il coraggio di una pentola a pressione.

Mi svegliarono le urla di mia madre. Feci quello che fanno tutti la mattina.  Colazione, bagno e simili. Non era un giorno normale, non per me. Le cose  diventavano sempre  più complicate. Crescere non era poi tutta questa gran cosa. Eppure non potevo non farlo.  Mi feci bella.  Chiesi a mia madre di scegliermi il vestito migliore e me lo misi. La mia mamma era bella, era un motivo sufficiente per fidarsi, ed io mi fidai della sua esteticità.
Andai a scuola. Ero agitata. Tremavo. Niente compiti. Niente interrogazioni. Peggio.
Erano già tutti lì. Avevo percorso la strada più lunga sperando che allungando il tragitto mi capitasse qualcosa di grave per costringermi a tornare a casa. Avrei potuto dire tutto a mia madre, e forse con difficoltà avrebbe capito, ma se uno avesse sempre la lucidità da narratore esterno, la vita sarebbe ben più noiosa.
Non ero molto bella. Fuori. Se io fossi un narratore esterno, direi che ero esattamente quello che nel linguaggio comune cordialmente viene definito un cesso.  Ma ho scelto di essere un narratore interno, quindi non ero molto bella e basta.  Non alta, non bassa, non grassa, non magra.  Denti normali, occhi normali, bocca normale,  naso normale. Nel complesso, però, la cosa non risultava gradevole. Me ne ero fatta una ragione e puntavo sul dentro. Che cosa si può fare, del resto, in questi casi.

Ecco si inizia. Tutto pronto. Arriva la maestra. Spiega le regole. Ascolto terrorizzata. Mi maledico per essermi fatta trascinare in questo gioco. Che cosa mi era passato per la testa.  Era una cosa così stupida. Poi con quali intenzioni.
Ora avrei vissuto l’esperienza più vergognosa della mia vita. Tutti avrebbero riso di me. Non potevo più tirarmi indietro. Fecero il mio nome. Salii. Sentivo la faccia esplodere come una pentola  a pressione senza valvola di sfogo. Avrei voluto sotterrarmi. Camminai lungo il percorso che avevano tracciato per me, e al quale non ero riuscita a ribellarmi. Andai in contro al mio destino nei panni di  una pentola a pressione.  Una strana sensazione di vomito accompagnò quella traversata verso il mio personalissimo abisso. Non guardai nessuno.  Il pavimento mi ricordava che male- male la terra mi avrebbe accolto tra le sue braccia.  Questo un po’ m’incoraggiava. E’ sempre bello avere un posto dove andare.  Finirono anche quei trenta secondi. Scesi di lì. Feci finta di non accorgermi delle risate generali.  Andai a sedermi da qualche parte. Distaccata, assorta nei miei pensieri. Pensai  alla spiacevole umidità della terra,  al freddo, e alle talpe. Simpatiche le talpe.
Fecero di nuovo il mio nome. Non pensai più alle talpe e ai vermi. Rivolsi l’attenzione verso chi conduceva quel sadico gioco, odiandola. Mi aveva eliminato. Menomale.  La prima delle escluse. Non tutti hanno la capacità di cogliere il fascino delle pentole a pressione. Mi ringraziarono per la mia partecipazione e per il mio coraggio. Giuro, dissero coraggio. Sorrisi, così per allontanare il pianto, facendo finta d’essere lusingata di quell’insolito complimento. E tornai a pensare  che mi sarei sicuramente reincarnata in un’aquila.

“L’ho fatto mamma”
“Cosa”
“Miss terza bi. L’ho fatto”
“Oh amore, perché?”
Mi abbracciò e mi strinse forte. Pensai che forse anche la terra mi avrebbe accolto in quel modo. Se la chiamano Madre Terra, un motivo ci sarà. Se fossi un narratore esterno, direi che stavo seriamente pensando al suicidio a otto anni, ma ho scelto di essere un narratore interno e dico che ero solo un po’ triste e depressa.

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