Il Bum.

Aperta parentesi. I bambini giocano. Chiusa parentesi.

Il babbo gli teneva forte la testa tra le  grosse mani, le più grosse che conoscesse. Tremava tutto, vibrava di paura. Il suo stomaco faceva continuamente movimenti innaturali, e la valvola dell’esofago lavorava al contrario. Vomitava, vomitava con tutta la forza che aveva ancora in corpo, vomitava quello che aveva visto, il destino che l’aveva scelto, il mondo, la sua Storia.
Vomitava se stesso.
Il babbo cercava di proteggerlo, di calmarlo, le sue mani trasmettevano calore alla fredda fronte, al suo freddo scenario. Calmo. Stai calmo. Non è niente. Solo un po’ di sangue.

Stavano giocando nel giardino sotto casa. Lui e il suo amico. Intorno a loro la gente camminava senza rendersi conto di essere nel bel mezzo di una sparatoria, una strenua lotta tra buoni e cattivi. Passavano indifferenti, non capivano che proprio in quel momento si stavano decidendo le sorti dell’umanità. La gente non sa vedere.  Bum. Bum. Bum. Si erano divisi i ruoli: lui era il buono, l’amico il cattivo. Voleva fare sempre il cattivo. I buoni vincono sui cattivi e il suo amico era destinato a morire. Destino.

“Bam. Ti ho ucciso.”

“No, mi hai ferito solo a una gamba.”

E scappò zoppicando. Era necessario nascondersi in quelle condizioni.

In quel preciso momento un gruppo di persone sbucate fuori all’improvviso si interposero tra  loro e lui perse le tracce.
Vuoi vedere che proprio questa volta il cattivo riesce a farla franca? Ma io non ci sto, devo trovarlo. Devo ucciderlo.
Andò alla ricerca. Cercò in tutti i posti. Nascondersi è un’arte e l’amico ne era naturalmente dotato. Riconobbe le scarpe. Era di spalle. Non è giusto uccidere il nemico alle spalle, l’aveva imparato guardando i film. Piano, si avvicinò senza farsi sentire. Quando fu sicuro che non aveva via di fuga lo chiamò.

“Ehi, ti ho trovato. Maledetto.”

Si girò.

“Bum. Bum. Bum”

In quello stesso istante distinse tre suoni diversi. Il suono della campana che festeggiava, le grida della gente e il Bum.  Spaventato da quella congiunzione di rumori si guardò attorno tutto rannicchiato dalla paura. La gente che scappava. Urlava. Un fiume di liquido rosso travolse le sue scarpe. Guardò inorridito, volse lo sguardo verso l’amico.
Occhi sbarrati. Maglia ricoperta di sangue. Giaceva per terra. Senza vita. Senza fiato.  Ucciso vilmente alle spalle.

Lo toccò per essere sicuro che non fosse un sogno di quelli che faceva sempre. Il suo sangue lo marchiò, indelebile per tutta la vita. L’ho ucciso. L’ho ucciso.
Andò a casa con l’arma del delitto urlando. E’ morto. E’ morto. L’ho ucciso.

Perché non ho giocato a calcio?

Travolto dai sensi di colpa vomitò il suo dolore. Non tutto.

2 pensieri su “Il Bum.

  1. Ogni tanto mi chiedo come faccia una creatura come te, con quello che tu hai, SEI, a essere così fottutamente triste e angosciata. Non mi spiego quello sguardo cupo, mesto. Allora mi vengono in mente le parole del Qohelet che spesso mi hai letto: “dove c’è molta sapienza c’è molta tristezza, se si aumenta la scienza, …si aumenta il dolore”. A me questo dolore immenso mi commuove, mi lascia senza fiato, il più delle volte non lo capisco, ma rimango sempre un po’ contagiato.
    Vorrei che tu ti guardassi con occhi diversi dai tuoi, un paio di occhi amorevoli. Vorrei tanto che tu ci riuscissi, perché non puoi non scorgere la Bellezza, tu che sei così attenta, così vigile. Guardati, ti prego anche pochi secondi. Guardati con occhi amorevoli. Prendili pure in prestito, ti offro i miei.

    Tuo
    Gianluca.

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