Perpetui giochi

Lo vedo una volta all’anno. Ho bisogno di questa ritualità. Rispettarla, adorarla.

Ci troviamo di fronte a una tazza di latte.  Io la mia e lui la sua. Noi ci troviamo sempre davanti a una tazza. Mi ricorda subito quanto sia importante che io beva il latte, che ne beva tanto, che il latte ha molto calcio e il calcio è fondamentale nell’età dello sviluppo. Provo a ricordargli che l’età dello sviluppo l’ho passata da un pezzo ma scuote energicamente la testa ricordandomi a sua volta che devo ancora crescere. Taccio. Mi guarda attraverso la cataratta che attraversa i suoi occhi. Si lamenta, sostiene di non vederci più.

-Non riesco a leggere il giornale.

– Vuoi che te lo legga io?

-No, ascolterò il telegiornale.

– Come vuoi.

-E’ morto anche il dottore. Sessantasette anni. Sessantasette anni come la tua povera nonna. Ah quanto mi manca tua nonna.  Sai quanti anni ho io?

– Ottantaquattro.

– No bambina. Sono nato nel 1926 ne ho ottantacinque.

– Siamo nel 2010 nonno. Ne hai ottantaquattro.

– Sono entrato nel mio ottantacinquesimo anno di vita figlia mia. Non discutere. Sono vecchio.

-Okay nonno.

Mi guarda di nuovo con uno sguardo assente come sempre filtrato. Inizia a raccontare. Racconta senza sosta. Mi racconta sempre la stessa storia: la sua storia. La trasforma, la romanza, cambia fatti oggettivi, modifica tutto. E’ padrone del suo passato. Io lo so, ma non riesco a detronizzarlo. Lui cambia la sua storia e la Storia, lo fa con una certa arte. Ne sono affascinata da sempre. Credo che non gli importi affatto la verità. Penso che in fondo abbia ragione. Qualche anno fa si limitava a dare dati oggettivi. I suoi racconti erano pieni di date e citazioni. Mi dava lezioni di marxismo e di dialettica. Ora invece è solo storia. Non esce altro dalla sua bocca. Mi piace vedere come vuole ricordare e pensare se stesso, come vuole che lo si ricordi. Dice cose palesemente non vere le mischia con mezze verità e con verità assolute. Fa un elogio delle sue qualità di padre, marito, generale dell’esercito e uomo. Vuole che nella mia memoria ci sia il suo racconto, che io ricordi lui come vuole essere ricordato. Mi fa violenza. Non mi oppongo. Ascolto. Assorbo.

Mi racconta della guerra. Di quella volta in cui vide cinque suoi amici morire sgozzati come polli. Di come altri tre furono bruciati vivi. Di come riuscirono a catturare cinquanta nazisti. Di quando dissero a suo padre che era morto. Di quando tornò a casa. Di come la sua matrigna gridò al miracolo. E di lui che non versò nemmeno una lacrima nel vedere suo padre e suo fratello. E piange. Poi mi racconta di mia nonna. Di quanto fosse bella, bella, bella. Di quando si sposarono e della fatica dei primi anni con lui da una parte e lei dall’altra. Della loro orrida prima casa. Di una splendida seconda casa. Di un’orrida terza casa. Di una quarta casa un po’ piccola ma graziosa. E infine l’emozione della loro ultima casa. Mi racconta gli occhi gioiosi di mia nonna. Della sua malattia. Di come gestiva la casa e i suoi cinque figli. Di quanto l’abbia amata e di quanto ancora la ami.

Racconta mio nonno.

-Un tempo tutti mi ascoltavano, ora non mi ascolta più nessuno. Figlia mia è brutta la vecchiaia. Ah se avessi tua nonna lei mi ascolterebbe, lei mi ricorderebbe. Ah se fosse qui.

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4 pensieri su “Perpetui giochi

  1. Gli anziani bisogna ‘goderseli’ finché abbiamo la fortuna di averli accanto, forse dovresti rompere la ritualità e vedere tuo nonno più spesso sorseggiando magari un caffè in luogo del bicchiere di latte…

  2. Gli anziani bisogna ‘goderseli’ finché abbiamo la fortuna di averli accanto, forse dovresti rompere la ritualità e vedere tuo nonno più spesso sorseggiando magari un caffè in luogo del bicchiere di latte…

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