Corridoi e fasce

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Penso al mio recente trasloco. Ci sono ancora tante scatole nella mia nuova camera a rendermi molto facile l’associazione sinaptica. Ho lasciato la casa nella quale ho abitato per sette anni. Sette è un numero bellissimo. Penso alla mia indifferenza nei confronti di quel abbandono. Il mio non mancarmi quelle mura, quelle porte e quelle finestre. Eppure in quella casa, meglio in camera mia, c’era molto di quei sette anni. Tutti gli avvenimenti che hanno caratterizzato la mia Storia sono passati di lì, un punto di intersezione. L’unica soluzione a un sistema altrimenti indeterminato.  C’erano i miei post-it. Attaccati nelle quattro pareti. Così tanti da rendere il muro giallo. Nei post-it ci sono pezzi di vita, della mia vita. Storie di incontri, volti, abbracci. Nella mia camera c’erano scatole piene di scritti dei miei anni adolescenziali, poesie o simili, canzoni, fiabe, favole, racconti, preghiere, confessioni e lettere. Ho buttato via tutto. I post-it no. Hanno colorato la mia vita, le bianche vergini pareti. Rispetto molto i colori anche l’orrido giallo. Nel buttare via i miei quaderni, i fogli a protocollo dove avevo disposto con cura tutte le mie pseudo poesie, il quaderno ad anelli rosa dove erano raccolte tutte le mie canzoni, e le buste dove erano raccolte le avventure del riccio Morgan nemmeno un attimo di dolore. Non è stato uno scatto di nervi. Né una reazione impulsiva. Una decisione, istintiva se vogliamo, ma conscia: privarsi di tutto. Liberarsene. Non c’è spazio. Non c’è spazio in me.

Ho portato su fino al quinto piano, senza ascensore, il peso dei miei vestiti, delle mie scarpe e degli orridi libri su orridi elettroni che si muovono.  Ho lasciato nel cassonetto la mia vita. Troppo pesante da trasportare.  Cosa ci sarà di tanto pesante? L’insostenibile peso del proprio vuoto. Nient’altro. L’ho già detto che ho bisogno di leggerezza. Lo riconfermo.

Solo un attimo di dolore, di dolore quello vero, quello che in me si manifesta con un’ulcera gastrica. Lasciare il corridoio. Quello è stato difficile. Il mio corridoio non era un corridoio, era la mia fascia destra. La fascia  nella quale con il mio numero sette giocavo con un’orrida maglia nera e gialla nelle Los Angeles Sol. La fascia dalla quale partivano tanti cross e assist e che mi vedeva protagonista di molti, moltissimi dribbling. Quante partite che ho giocato nei pomeriggi in cui ero a casa da sola, e quanti dopo-partita e interviste. E’ dura la vita di una calciatrice che vince il campionato americano di soccer. Abbandonare quella fascia è stato doloroso, sì. L’unica contenta del mio addio è stata Shannon Boxx. Le rubavo la fascia.

3 pensieri su “Corridoi e fasce

  1. Hai lasciato la crisalide, lo stadio amorfo e pulsante del bruco per il volitare leggero della pandora … è un auspicio!

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