Il volo caldo di Giove Labor

Giove Labor guardava il mondo dall’alto della sua finestra. Viveva al settimo piano di un grande palazzo. Stava pulendo i vetri. Era freddo, era buio. Era gennaio. Giove soffriva. L’altezza gli aveva sempre dato noia, infatti si era scelto con cura la casa al settimo piano. C’era in Giove Labor una certa dose di masochismo, la si potrebbe definire piuttosto pronunciata.  Adorava pulire i vetri. Adorava la sua paura nel guardare sotto. Il suo tremare, i suoi giramenti di testa e quella tremenda sensazione del cadere da un momento all’altro. Giove pensava a come sarebbe stato bello volare. Poi la consapevolezza che a gennaio fa troppo freddo per volare.  Scese dalle scale. Smise di pulire i vetri e chiuse la finestra, e andò a prepararsi da mangiare. Viveva da solo. In realtà viveva solo. L’avevano abbandonato o forse si era fatto abbandonare o forse ancora non era mai stato tra loro.

Giove amava molto leggere. Aveva la scrivania accanto alla finestra. Leggeva e guardava fuori. Aveva scelto il mondo della lettura. Voleva vivere in quel mondo. Non voleva fare altro. Non gli interessava il cibo, la gente, i divertimenti. Lui voleva solo leggere, guardare dalla finestra e pulire i vetri. Vertigini e letteratura.

Giove non conosceva affatto la vita. Non sapeva quali erano le sue dinamiche. Non sapeva che cosa fossero le emozioni. Bradicardia. Assoluta bradicardia dell’anima.

Casualità. Aprire un libro leggerci un racconto, sentirsi toccati, e la vita che sembra cambiare. Accadde anche a  Giove Labor. Accadde quel giorno. Lesse un racconto dell’amico fedele Hermann che nelle sue opere gli aveva parlato di vita, di amori, di storie, di emozioni in maniera così persuasiva da convincerlo che non ci fosse alcun bisogno di provarle. Il racconto era molto semplice e a dire il vero certamente non una delle sue migliori opere. Raccontava di un Giove Labor come lui che leggeva tanti libri, che si era rinchiuso in casa e che non aveva nessuna voglia di affrontare la vita, che si faceva bastare quel piccolo mondo. Questo antenato di Giove  a un certo punto si trova a dovere affrontare una tromba d’aria che porta via tutti i suoi libri,  i suoi scritti e lo lascia senza più nulla. Nel vuoto di quello che era senza quei fogli. Lo lascia solo in una camera vuota. Giove si fece colpire da quella storia. Pensava che prima o poi sarebbe capitato anche a lui una tromba d’aria di quel tipo. Che cosa avrebbe fatto?

Il solo pensiero lo faceva stare tremendamente male. Chiamò subito il vetraio. Si fece mettere i doppi vetri. Poi sostituì le persiane con altre  più robuste. Ascoltava le previsioni del tempo con attenzione tutti i giorni. Leggeva una pagina e poi guardava fuori dalla finestra. Aspettava la tromba d’aria. Poi decise che la soluzione sarebbe stata quella di chiudere tutto. La tromba d’aria non poteva fargli niente se lui chiudeva tutto. Chiuse tutte le finestre. Non c’era più luce. Meglio il buio. Continuava a guardare le previsioni del tempo, sognando uragani e tempeste, svegliandosi la notte ringraziando Dio di non essere nato a New Orleans. Aveva paura di tutto. Smise anche di leggere. Non pulì più i vetri. Solo ascoltava il rumore della natura. Temeva il vento. Poi smise anche di ascoltare, si rannicchiava per terra tappandosi le orecchie nel freddo del pavimento. Sordo, cieco, abulico. Pensava che sarebbe morto a causa del freddo. Morto nel suo ghiaccio.
Solo che i citofoni suonano. Difficile resistere a un citofono che suona. Difficile non aprire. Aprì.

Era in condizioni terribili. Magro, senza forze, a fatica riusciva a camminare. Erano giorni che non mangiava. Un mal di testa tremendo gli aveva circondato la testa. Apriva a stento gli occhi e le labbra sembravano incollate. Disse un inesistente “chi è?”. Gli rispose” Sono il tecnico, sono qui per la caldaia.”

Già. Il freddo, la caldaia che non funzionava. In cuor suo esultò. Non sarebbe morto di freddo.

Metano si trovò davanti  uno scheletro. La visione lo fece rabbrividire. Andando nelle case di visioni ne aveva avute, ma una simile mai. Si spaventò un po’. Puzzava, la casa e lo scheletro puzzavano terribilmente. Si riprese. Salutò e gli chiese dove fosse la caldaia. Un’ombra di terrore nel volto, in quello che era rimasto del volto di Giove. La caldaia era fuori. In terrazza. Doveva aprire la porta. Non aveva la forza di dirgli di lasciar fare, che lui preferiva il freddo, che non aveva bisogno della caldaia. Molto meno faticoso indicargli la porta della terrazza. Metano lo guardava stupito. Gli faceva pena. Avrebbe voluto aiutarlo, ma non sapeva come. Pensò che forse aveva bisogno di calore. Aveva bisogno della caldaia allora cercò di aprire la porta il prima possibile e di iniziare a lavorare subito per aiutarlo, per donargli  caldo,  calore. La porta si aprì una luce strana invase tutta la casa. Giove si tappò gli occhi. Un vento leggero lo accarezzò, allora Giove si nascose dietro un mobile. Non voleva vedere. Voleva solo che finisse il prima possibile. Lo volevano entrambi.

Il vento si sa è irrispettoso. La vita anche. Entrò dentro quella casa spalancò la porta. Pervase l’abitazione. Trasformò la bradicardia in tachicardia. Non portò via con sé nessun libro, né foglio. Giove aveva messo tutto dentro gli armadi d’acciaio. Lasciò tutto com’era. Solo Giove cambiò. Andò in terrazza piano attratto dal vento, dal suo nemico. Quello che gli voleva togliere la sua vita. I suoi libri. Metano lavorava e non si rese conto di quel movimento. Giove si accorse che non faceva poi così freddo. Non era più gennaio. Non era buio. Guardò sotto. Vertigini e volo.
Il vento non gli portò via la sua vita. I libri sono ancora tutti dentro i mobili d’acciaio chiusi a chiave. Il vento gli portò via la vita. Non aveva ragione Giove Labor nel temerlo così tanto.

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