Strane Ermengarde

Dalla morte di Carlo Anita l’aveva cercato ovunque. L’avevo cercato dentro la loro vecchia casa,  frutto di innumerevoli sacrifici, tempio sacro dei loro cinquantadue anni di vita insieme. L’aveva cercato nelle foto che li ritraevano abbracciati, in quelle in cui erano giovani senza rughe e pieni di vita, le prime foto con Giuseppe, le foto del suo primo giorno di scuola, del suo diploma, della sua laurea, del suo matrimonio, nelle loro foto da vecchi pieni di rughe e noia ma certamente più famigliari, non l’aveva trovato. Per quanto tutto nella loro casa fosse pieno di sue tracce non riusciva a vederlo, non lo vedeva nelle sue cose, non lo vedeva nei suoi vestiti rimasti nel comune armadio a guardarla ad accoltellarla, nei suoi attrezzi, per quanto Giuseppe assomigliasse tantissimo al padre non riusciva a scorgerlo nemmeno in lui e poi lo vedeva così poco. Aveva iniziato dunque una folle ricerca di un posto, un posto qualunque che glielo riportasse per qualche frazione di secondo, dedicò a questo tutto il suo tempo, ora che non aveva niente di cui occuparsi se non morire dal dolore per quella morte che le aveva strappato via all’improvviso un po’ di inerziale serenità, logorato affetto e abitudinaria compagnia.

Carlo era morto un giorno di novembre accompagnato dal suono della fisarmonica che detestava, era stata una beffa del destino presentare quei due ragazzi che cercavano di guadagnarsi qualcosa da mangiare con i loro odiosi strumenti proprio nel momento in cui un’angina pectoris decideva di portarlo via  dalla sua vita per sempre. Anita non si ricordava molto di quel giorno se non il suono delle fisarmoniche che avevano occultato nella sua vecchia mente il più triste e lugubre suono dell’ambulanza, ed era per omaggiare quel momento solenne, e quella finale grazia che le aveva riservato la Provvidenza,  che tutti i lunedì, quando gli stessi due ragazzi, colonna sonora degli ultimi momenti di Carlo, si presentavano davanti al suo palazzo con il loro allegro e ignaro canto funebre, correva fuori, ascoltava commossa, e contribuiva al sostentamento dei due; che molto riconoscenti aumentarono il numero delle visite settimanali nel quartiere, non è facile trovare gente disposta a finanziare il suono delle fisarmoniche bisogna tenersele strette, del resto non sapevano certo il dolore che le causavano; e poi il vile denaro non si domanda mai niente come del resto l’istintiva necessità ad essere apprezzati per le proprie qualità e per il proprio lavoro, a tal punto istintiva da rendersi inalienabile diritto per noi e rigoroso dovere per gli altri. Patti non scritti per tentare reciprocamente di renderci un po’ meno dura l’esistenza: tu apprezza me ché io apprezzo te per il tuo apprezzarmi.

Iniziava così l’avventura di Anita alla ricerca della sua memoria e di Carlo. Non che sia stata un avventura poi lunga, avevano frequentato così pochi posti, non erano nemmeno mai stati lontani più di qualche chilometro. Lo doveva cercare in quelle strade così a lungo frequentate, così cambiate e così usuali, così insipide tutto sommato. L’ha cercato nel posto in cui timidamente le loro braccia per la prima volta si erano incontrate e i loro corpi si erano abbracciati, lo aveva cercato nel luogo in cui si erano dati il primo bacio, cercava posti significativi, posti particolari, importanti, da prima volta, ma non lo trovava. Possibile che Carlo avesse vissuto sofferto, e gioito  senza lasciare nemmeno un segno, un posto dove trovarlo, un posto dove lo trovasse almeno lei. Le sembrava di amarlo più ora che da vivo. E questa era un’idea così terribile che non riusciva e non poteva accettare. Sforzò le meningi, cercò ovunque, cercò lettere, foto, fece un’autopsia della sua vita, cercò di ricordarsi ogni dettaglio. Questa ricerca la spossò, la indebolì, ricordare non è mai facile, i dottori le consigliarono di smettere, che tutto questo non le faceva bene, ed effettivamente il tempo agì senza pietà su Anita, invecchiandola in tre mesi più di quanto non avesse fatto negli ultimi dieci anni. Forse non era proprio il tempo. Forse era qualcosa di diverso. Deperì.

Prese il pullman, cinque ore di viaggio, ne uscì stremata, le era tornata in mente la prima e unica volta che erano andati al mare insieme. Lei gli aveva detto che avrebbe voluto vedere il mare, sentire il suo odore, e Carlo aveva preso due biglietti dell’autobus e avevano fatto quel lungo viaggio insieme, erano giovanissimi. Le era tornato in mente tutto di quella giornata, e in pullman, cinquantacinque anni dopo, seduta composta e stanca ripeteva quel rituale innato, accanto vedeva ancora Carlo, Carlo giovane, Carlo bello, Carlo che le teneva la mano, che l’accarezzava, Carlo che parlava, parlava, parlava ancora, che la faceva ridere, e arrabbiare, e la stringeva forte a sé, e che la faceva sentire sicura, Carlo che non c’era, non c’era più, ma l’accarezzava dolcemente come sempre. In cinquantacinque anni i posti cambiano, e cambiano ancora di più se si riscoprono nelle condizioni di Anita, da soli, anche l’odore era diverso, il vento, la spiaggia, il colore, il sapore. Era tutto diverso. Era inverno, faceva freddo, pioveva, il mare d’inverno  è qualcosa di terribile. Anita lo vide di nuovo accanto a sé, lo abbracciò come aveva fatto anni prima di fronte a quello spettacolo anomalo, e inusuale che  si era presentato davanti ai loro occhi, lo baciò, solo che Carlo non c’era. Entrò in acqua si bagnò i piedi era freddo, molto freddo. Si sdraiò e rimase così con la mano che stringeva forte la sabbia e il respiro sempre più affannoso. Tutt’altro respiro.  Tutt’altra storia.

Non si sa di cosa sia morta Anita, se di annegamento, asfissia, amore, solitudine, malinconia forse tutto questo, forse tutto questo al quadrato, al cubo e oltre, oltre ancora.

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9 pensieri su “Strane Ermengarde

      1. Su dai, non peccare di falsa modestia, i tuoi racconti sono belli per davvero, a volte sono tristi, ma di una tristezza metafisca oserei dire necessaria. Cosa commenteremmo noi senza i tuoi magnifici post? E se poi le nostre chiose appaiono interessanti gli è perché i tuoi testi originariamente lo sono. Diciamo allora che si tratta di un “circolo ermeneutico”. 😉

  1. ho rivissuto un momento felice della mia vita,la gita al mare un ricordo indelebile nella mia mente però non ci siamo sposati e io sono qua a ricordare ,un bacio ciao

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