E’ un post lungo.

Il titolo parla da solo. E’ un post lungo e anche un po’ noioso mi sa, ma racconta gli indignados visti dai miei occhi un po’ miopi e i pensieri che mi hanno fatto venire.  La versione ridottamamicapoicosìtanto è su NoClaps.

(Sono venuta a Madrid a cercare gli indignados e li ho trovati. Sono ovunque.)

E’ domenica sera, tira un po’ di vento, è già incredibilmente settembre, il sole è appena tramontato e io sto beandomi di un meraviglioso crepuscolo rosa. Precisamente sono in Plaza del Carmine, all’assemblea dei portavoce dei barrios (quartieri) di Madrid, sono seduta accanto a un albero e a un signore con degli occhiali grandi e scuri che dice sempre “vale”, lo dicono tutti qua vuole dire una cosa tipo “okay”, “va bene”. Sull’albero c’è attaccato un foglio in formato A4 con tutte le iniziative della settimana. Lo guardo, sono tante, santo cielo! Il gruppo in cui sono è composto da una dozzina di persone e sta discutendo del movimento del 15M, delle forme e delle regole che si devono dare, parlano di pacifismo e violenza, di una manifestazione tenuta pochi giorni prima, di infiltrati e polizia, di papaboys, laicità, inclusività e proteste intelligenti.  Nella stessa piazza ci sono altri gruppi composti più o meno dallo stesso numero di persone che discutono più o meno delle solite cose. A Madrid funziona così: nei vari quartieri la gente si riunisce in assemblea nelle piazze, nelle vie, in queste assemblee si discute, si fanno proposte, si litiga, si dicono cose ovvie, a volte cose geniali, a volte cose assurde, spesso ci si perde ma alla fine si cerca di arrivare a una conclusione. Dopo di che l’assemblea si sceglie dei portavoce (N.B cambiano sempre) da mandare in rappresentanza dell’assemblea stessa all’assemblea di Madrid, nella quale assemblea di Madrid (quella in cui mi trovo io)  si discute delle proposte/idee/iniziative venute fuori dalle varie assemblee di quartiere e  si cerca di fare la sintesi di tutto (altro N.B non si decide niente di cui non si sia parlato prima nelle assemblee di quartiere). Quello che mi colpisce innanzitutto è la composizione assolutamente eterogenea, a essere seduti in piazza sono persone assolutamente diverse, fasce d’età variegate, modi diversi, stili differenti, classi sociali, lavoro, tutto: studenti, operai, impiegati, neet, avvocati, bancari, non pervenuti invece i banchieri.

 Capisco subito di essere capitata nel gruppo più figo perché sono al centro della piazza e sono molte le persone nondell’assemblea che si fermano ad ascoltare, c’è persino un giornalista del New York Times con tanto di fotografo che fa le foto. Sono lusingata, sento l’appuntamento con la Storia, mi immagino già in prima pagina sul NYT e mi sistemo un po’, noto, però, che ai miei compagni di assemblea non frega niente del NYT e delle prime pagine e non frega niente a tal punto che nessuno vuole farsi intervistare. Che strano! Il signore alto alto con in mano un taccuino così piccolo da scomparire nella sua enorme mano da gigante chiede di parlare con il capo. Tutti sorridono e fanno il segno che gli indignados del mondo riconoscono  come dissenso e poi gli spiegano che non ci sono capi. Chiede di un responsabile, sorridono ancora e incrociano le braccia. “No leaders here, we don’t need leaders.”  Perplesso chiede di parlare con uno a caso che sappia parlare inglese e un signore vestito di blu si scarifica.  Intervistato e intervistatore sembrano stanchi ed annoiati. Penso all’articolo che ne uscirà fuori, e siccome l’assemblea sta discutendo di dettagli organizzativi mi prendo un po’ di tempo per pensare a quanto il mondo non abbia in sé niente di divertente.

Sono a Madrid per capire diverse cose, piani diversi, ma fondamentalmente per conoscere gli indignados. Ho sentito parlare molto del movimento del 15M, di Democrazia Reale Ya. Ho letto un sacco e sono curiosa. Ho visto i video di Puerta del Sol stracolma. Ho visto le accampate e le iniziative in piazza. Ho visto le cariche della polizia e le mani alzate. E mi è venuto da piangere.  Ho letto i blog,  le note su facebook, i comunicati stampa, gli articoli e i post su twitter. E mi è venuta un po’ di curiosità. Svolta epocale o spagnoli cazzoni? Il dubbio mi attanaglia e osservo.

A onor di verità devo dire che ho un po’ di problemi con i movimenti, sono problemi strutturali i miei, iniziano dal fatto che non riesco nemmeno a uscire con un gruppo composto da più di tre persone (mi sembra di non dare a tutti la giusta attenzione, mi sembra estraniante, inutile, mi ci perdo) continuano poi con l’agorafobia che mi è venuta a furia di manifestazioni, una buona dose di misantropia e un odio gigantesco nei confronti del populismo, delle cose semplificate e dei decerebrati. Io non amo per niente le transumanze, i gruppi, i movimenti, le cose non meglio identificate in cui a un certo punto c’è da dire-sentire-usare un noi, non mi piace farne parte, non mi piace dovere perdere il mio tempo a spiegare cose ovvie a persone incapaci di comprendere, non mi piace ascoltare cose ovvie, non mi piacciono i possessori di verità e nemmeno i predicatori. Non mi piacciono gli slogan, le idee preconfezionate, non mi piacciono le citazioni di gente a caso e i cartelli che non sanno di niente.  Il punto è, però, che delle volte ho come la sensazione di non potere sopportare tutta l’agonia dei signori vestiti di giallo che urlano “compro oro” da sola, percepisco il mondo come una condanna e il futuro mi sembra una terribile come una pena da scontare per colpe che non so nemmeno se sono mie,  e in questi momenti mi viene da pensare che possa essere giusto sollevarsi a vicenda, mi sembra anche concreta la possibilità di poterlo fare. Almeno un po’. E allora, per un brevissimo intervallo di tempo, la mia piccola mente concepisce l’unirsi, il mettersi insieme e insieme combattere, condividere, discutere, mettersi in discussione, dissolversi in un noi più grande e spesso alienante, smetterla di agonizzare guardando il soffitto della propria camera alla ricerca di soluzioni improbabili (anche se, se ci penso bene, ci tengo alla sofferenza delle crepe del mio soffitto).

Penso a quanto siano simili le parole soffitto e soffocare e mi viene da sorridere al pensiero che forse non abbiamo bisogno di un soffitto, ma questa è un’altra storia.

E’ pieno di iniziative degli indignados, quindi lascio l’assemblea dei quartieri e mi reco a quella plenaria. C’è un sacco di gente a Madrid, sono più di tre milioni, l’ho letto su wikipedia, le strade sono sempre piene, e infatti la mia agorafobia ne risente un po’. E’ grande e popolosa ma non è per niente caotica. Scendendo da Plaza del Carmine per recarmi in Puerta del Sol, la Piazza per gli indignados, il mio sguardo viene attratto dalle tante (ma veramente tante) persone con i giubbotti catarifrangenti gialli con le enormi scritte “compro oro” che urlano a squarcia gola che comprano oro e altre cose che non capisco ma che devono essere divertenti perché le signore si girano e ridono. Sono buffi e hanno delle corde vocali potentissime. Sembra un mercato orientale, e ne rimango affascinata per un po’. Poi ci penso un po’ meglio e mi viene in mente il terribile pensiero che siano solo uno dei tanti simboli di una società che sta agonizzando aspettando la fine e che emette i suoi ultimi gemiti così:

 “Compro oro, compro oro.

Quando arrivo in Puerta del Sol è già buio e ci sono già quattrocento persone. Ascoltano con attenzione il moderatore parlare delle dinamiche con cui si svolgerà l’assemblea. Poi le varie commissioni riferiscono l’esito dei loro lavori. Si vota. Qualcuno incrocia le braccia. Si apre la discussione. Si rivota. E poi così ancora. La gente chiede di intervenire. Interviene. Si ascolta. Si incrociano le braccia. Riparte un’altra discussione.  L’idea è semplice: l’opinione di ciascuno è fondamentale e vincolante. Non ci sono leader. L’assemblea non è gestita da nessuno, all’inizio di essa si sceglie un moderatore. Tutto ruota. Tutto gira. Non ci sono ruoli. Non ci sono persone che pensano e organizzano per gli altri. Non si ha paura di mettersi in cerchio. Non c’è nemmeno paura di parlare. Ci si segna per un intervento. Si parla. Si esprime il proprio consenso o il proprio dissenso. Si discute. Niente sigle. Niente bandiere. Più di quello che stanno dicendo, che del resto capisco solo in parte (“perché lo spagnolo sarà anche simile ma non è  certamente uguale all’italiano” (cit.)) a impressionarmi è il metodo. Ed è quello che ti dicono tutti qui: “è nel metodo che stiamo utilizzando che siamo innovativi, è qui che ci differenziamo da altri movimenti”. E’ una bomba.  Mi spiego: potenzialmente se hai un’idea geniale puoi andare all’assemblea del tuo quartiere, ascoltare un po’ dopo di che quando tutti sembrano stanchi e non riescono a uscirne con nonchalance puoi tirare fuori il tuo asso dalla manica e spiazzare tutti. L’assemblea approva. L’idea  passa così di grado in grado. E’ vero che ne perdi un po’ il copyright, e vanità vuole che si sia affezionati al copyright, ma almeno così puoi smetterla di inveire sul tuo blog su quanto il mondo sia stupido e ottuso e non ti capisca. Esci dalla dimensione individuale da camera diventi singolo in una moltitudine da piazza. Senza soffitti.

E’ una bomba perché questo modo di pensare la vita collettiva non lascia scampo a “guardano tutti la televisione, non riescono a capire, sono tutti ottusi” comporta un mettere sulla pubblica piazza le proprie idee e a disposizione degli altri la propria esperienza, altri che sono disposti ad ascoltarti come no dipende da quanto il tuo discorso sarà interessante, è un mettersi veramente in discussione come pensatori e persone e se comunque anche così non si riesce a farsi valere, cosa molto probabile, almeno si può morire nella totale inquietudine del sapere che non si è stati in grado di fare valere le proprie ragioni, che è pur sempre meglio del non sapere se quello che si pensa ha un potenziale oppure no. Io credo.

Ascolto gli interventi e osservo affascinata le dinamiche che legano quattrocento persone una domenica sera, cosa cercano e cosa trovano in questa assemblea. Mi domando perché sono qui. Ascolto le loro parole, i discorsi insensati, l’ilarità che provocano. Faccio attenzione al linguaggio che usano e noto una certa neutralità, nessuno parla di rivoluzione, termine ambiguo del resto, penso alla cosa buffa per cui tutti il mondo li dipinge come indignados e nessuno di loro usa questo termine. Parlando con dei ragazzi mi dicono che quello che hanno cercato di fare è andare oltre alle categorie classiche: chi viene in assemblea non è un lavoratore, un disoccupato, uno studente, un indignados non è nemmeno un cittadino, è una persona. E’ l’umanità a essere messa al centro con le sue ambizioni, le sue esigenze, la sua immensa ricchezza, le sue angosce, i suoi limiti e le sue implicite difficoltà. C’è qualcosa di assurdo e folle in questo. Spesso significa sentire parlare di scie chimiche, signoraggio bancario, bambini azzurri, rettiliani, ufo, cibi pieni di psicofarmaci. Significa dovere partecipare ai deliri di un’umanità confusa e irrazionale. Spesso richiede un assorbimento del dolore e della solitudine altrui oltre alla propria, ma più di ogni altra cosa comporta una specie di empatica compassione l’uno per l’altro, che penso non sia niente di diverso dal condividere e capirsi e sentirsi in fondo un unico polmone. Difficile. Molto. Difficile scegliere di farne parte e assurdo anche.

Ma penso che a questa umanità, e alla tanta che ci circonda vada data un’occasione. Penso che in questa forma, con queste modalità, possiamo trovare anche noi la nostra occasione di esprimerci e mostrarci, di uscire dalle nostre camere, dai nostri soffitti, e metterci in gioco. Può venire bene come può venire male dipende da chi si impegnerà e con quali modalità lo farà. Dipende da quanto si sarà generosi e coraggiosi nel mettersi in gioco. Da quanto si sarà intelligenti e umani.

 

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10 pensieri su “E’ un post lungo.

  1. Per prima cosa ti dico che ti invidio perchè hai fatto ciò che io, a causa di vari motivi, non ho avuto il tempo di fare: visitare la Madrid occupata e in fermento, quella che poco tempo fa qualcuno chiamava la Comune di Madrid. Penso che, a prescindere dal giudizio che si può dare al Movimento, trovarsi là in mezzo e assistere all’attuazione reale delle pratiche di democrazia e dialogo non può che colpire e lasciare un segno profondo nella nostra coscienza, perchè la prima cosa che ti viene in mente immagino sia “ma allora si può fare!”.

    Altra cosa che ci tengo a sottolineare e sottoscrivere dalle tue parole: l’uscita dall’alienazione e la riconquista dell’umanità, intesa come humanitas, dimostrata da questi piccoli episodi che descrivi (fregarsene dell’apparire in televisione e preferire l’essere dell’assemblea; vedere negli altri semplicemente persone; il rifiuto dell’etichetta “indignados”), è secondo me l’obiettivo più importante raggiunto finora dal Movimento (anzi, direi l’unico in effetti).

    Mi trovi d’accordo anche sull’agorafobia, preferisco sempre parlare direttamente al massimo in tre persone, lo ritengo più produttivo dal punto di vista dei contenuti; tuttavia, il 15 ottobre si va a Roma!

    Per la cronaca, sappi che sto per aggiungerti tra i miei siti consigliati. A presto!

  2. Ti ringazio molto per questa relazione di qualcosa che purtroppo mi trovo a seguire molto alla lontana. Le notizie di prima mano sono oggi un bene raro e pregiato, specie se così chiare e disincantate.
    Sembri una bella persona, piacere di fare la tua conoscenza.

    Stefano

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