La mia moleskine molto borghese e la mia Parker molto borghese sono state a Roma

Parlerò delle cose che mi hanno colpito di più del 15ottobre e lo farò utilizzando gli appunti che ho scritto nell’agenda che ho sempre in mano. Gli appunti in corsivo. Il resto è ciò che ho pensato.

I giovani si siedono dietro.

Il mio pullman è bianco. Per riuscire a trovarlo ho fatto molta fatica. Sono in tanti ad avere scelto come luogo di partenza il piazzale della Rai a Firenze e poi fa freddo ed è presto e io non ho preso il caffè.  Nel mio pullman ci sono tante persone, cioè ce ne sono 54 oltre a me, ma sono tante perché mi sembrano che ci siano tante tipologie diverse.
E’ buffo. Seguo con attenzione l’osmosi. Che fascino. Ognuno può scegliersi il suo posto, non sono mica numerati, e osservo che i signori anziani si siedono davanti, e i giovani dietro. Io mi siedo accanto alla seconda porta del bus perché così ho più spazio. E’ una scelta troppo furba, infatti al ritorno mi rubano il posto.

Che noia!

Francesca è seduta dietro di me e urla. E’ arrabbiata mi sa. O più semplicemente è il suo tono di voce. O ancora più semplicemente forse quando si è arrabbiati aumenta il proprio tono di voce.  Ascolto la sua storia. Solita storia. Giovani, ma mica poi così tanto, precari. Affitto da pagare e lavori a chiamata. Dovere chiedere soldi ai genitori. Solita storia. Frustrazione. Impotenza. Rabbia. Studiare ancora. Studiare di più. Specializzarsi per avere qualche chance. Solita storia. Frustrazione. Impotenza. Rabbia.  C’è anche la sua amica Laura che dice più o meno le stesse cose. Poi dice che la cosa peggiore di questa situazione è che siamo diventati così noiosi, dice. E io trovo in questa una grande verità. Grande a tal punto da girarmi e guardarla, fissare il suo volto e sorriderle. Che razza di tempo può permettersi una verità così noiosa? Poi aggiunge che forse non è la cosa peggiore, ma è tanto brutta lo stesso.

Ci sono altre persone di cui non ricordo né il nome, né i volti, né la storia. Non perché io non gli abbia ascoltato con attenzione e osservati, ma perché non me li ricordo. La cosa peggiore di questa situazione è non riuscire a fare più distinzione tra storie così simili e uniformare tutto. Penso. Essere precario prima di essere qualsiasi altra cosa. Prima di essere un volto. Una persona. Essere precario che ti definisce in tutto il tuo essere. Non hai bisogno di dire altro, nessuno vuol sapere altro, sei già definito e per giunta è una definizione così noiosa… Non c’è quasi spazio per  la narrazione.

A Ponte Mammolo ( non è un nome ridicolo per una fermata della metropolitana?) ci sono molte persone. Nel sottopassaggio, quello che ti porta sottoterra, un ragazzo già ubriaco inizia a urlare lo slogan dei slogan (quello che riguarda il presidente del consiglio) come a sancire per l’ennesima volta che oltre a quello il pensiero non vola, che oltre a quello poco si ha da dire. Qualcuno lo segue, pochi, lo dicono altre due/tre volte. Poi stop. Non se ne può più-dice una signora e si riferisce allo slogan e all’odiato soggetto dello stesso sorprendentemente contemporaneamente. Mi emoziona, giuro.

Ognuno dentro il suo striscione.  

 Ad accogliermi in piazza della Repubblica era la libertà, non vi spaventate, la libertà che guida il popolo, quella dalle tette di fuori per capirci. (Ho scritto tette di fuori perché così quando qualcuno (tanti) googla “tette di fuori” google lo manda qui). Era in mano a due signore un po’ anzianotte che mi hanno detto che è da un po’ che la portano in giro per i cortei.
(Quanto può essere triste la vita di chi porta lo stesso cartello da anni?)

Striscioni. Striscioni ovunque. Nomi di associazioni, movimenti, battaglie, richieste, disagi. Li vedo sfilare per un po’. Guardo i volti di chi li regge con fierezza. Guardo le persone che camminano dietro di loro. Li guardo chiacchierare. C’è intimità negli sguardi dietro a ogni striscione. E’ evidente.  C’è una storia di lotte, di movimenti, storie, tempo perso,  metodi, linee, idee condivise, rapporti ma soprattutto appartenenza. Si appartiene allo striscione.

Sembra che ognuno sia lì solo per manifestare ciò a cui più tiene. Ognuno dietro alla sua battaglia. Ognuno a portare il suo disagio. La sua storia. Gli altri li guardano. Leggono. A volte annuiscono. A volte sorridono. A volte scuotono la testa. Poi continuano a camminare dietro al proprio striscione. Ognuno dietro alla propria battaglia. Solo alla propria battaglia. Alla propria storia.

Fondamentalmente cammino e mi annoio. Forse perché non ho uno striscione a cui appartenere. Né una battaglia. Né una storia. Mi risveglia un po’ dal mio torpore uno spettacolino messo su dai ragazzi di Tilt. C’è Barabba, Gesù, la Maddalena, Maria, Giuda e ognuno regge una croce. Mi colpisce quella di Barabba: hanno scelto me perché ignoranti o qualcosa del genere e quella di Giuda: con il reddito garantito non avrei mai tradito.

Mi chiedo se questo serva a qualcosa. Poi penso che affinché qualcosa possa servire a qualcos’altro bisogna che ci sia un fine. Che fine hanno le manifestazioni? Che fine ha questa manifestazione?

Per me che adesso mi sono fissata con le assemblee alla spagnola, e all’americana, il fine è l’assemblea. Dunque vivo il mio camminare come una via crucis. E cammino. Ho una meta.

Poi vedo del fumo. Poi vedo una vetrina spaccata. E una macchina bruciata. Poi arrivano dei tizi vestiti di nero e con il passamontagna. Quelli di cui parlano alla tivù. Io smetto di annoiarmi e loro iniziano a tirare bottiglie alla polizia. La gente si incazza. E li chiama fascisti. Loro si incazzano e rispondono alla gente che non capiscono un cazzo. Io constato con dispiacere che ho smesso di annoiarmi. Il corteo si spezza. Poi arrivano i fumogeni. Ne respiro un po’. E un po’. E un altro po’.

6 pensieri su “La mia moleskine molto borghese e la mia Parker molto borghese sono state a Roma

  1. Sono stato a Roma l’8 Ottobre, ad una manifestazione della CGIL. È stata una bella occasione per sfilare nella Capitale per buoni motivi, non che poi qualche governate se ne infischi qualcosa, sia chiaro; è stata una bella occasione anche per rivedere un amico che vive la’. Il 15 si è verificato quello per cui la politica sta lavorando: gettarci nel disordine per poi reprimerci, togliendoci diritti, cercando legittimazione nel farlo.
    Penso che i tempi siano diversi da quelli in cui le manifestazioni di piazza raccoglievano consensi ed ottenevano risultati.
    Ora necessita, l’epoca nella quale siamo, una svolta tanto audace quanto utopistica: che ognuno si faccia carico del suo comportamento e manifesti il dissenso in maniera civile facendo scelte etiche precise che, se attuate da milioni di persone, cambieranno il corso della Storia indipendentemente dal volere politico di quella massa informe che ci governa. Ovviamente è una cosa quasi impossibile… Ma è quel “quasi” che mi fa andare avanti.

  2. Mi ha attirato fortemente il titolo, cercavo qualcuno\a che come me non potesse fare a meno del duo inseparabile Moleskine\Parker e sono capitato qui 🙂 Bel post, richiama alla mente quel che hai visto, come se l’avessi potuto osservare mentre accadeva.

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