Motivi per cui è assolutamente necessario piangere #2

Il secondo pianto consapevole.

 Avevo nove anni e 8 mesi, non proprio otto mesi precisi, all’incirca. Era maggio. Era il maggio più brutto della mia vita, e della vita di molti attorno a me. Ed è bruttissimo avere un maggio più brutto della propria vita perché Maggio è un mese così bello, e anche un calciatore che gioca molto bene e che mi dà molte gioie al fantacalcio, ma è un’altra storia.
La scuola stava per finire e io come al solito avrei avuto dei voti stratosferici che avrebbero reso mia madre molto fiera di me, ma con discrezione, ché mia madre ci tiene molto alla discrezione. La materia in cui andavo meglio era matematica, litigavo sempre con la maestra perché a lei non riuscivano i problemi e a me sì, (che ci vuole a calcolare quante mele rimangono a Mario?) i temi invece non mi riuscivano proprio, ché mica è facile parlare della primavera, storia la odiavo perché mi annoiava, il problema mi è rimasto tuttora ma ci sto lavorando, e poi le poesie… facevo una fatica assurda a impararmele a memoria, ma avevo dei voti stratosferici lo stesso perché penso di avere detto una volta alla maestra che se lei non mi dava dei voti stratosferici io avrei detto al preside che non le riusciva calcolare quante mele rimanevano a Mario. Shame on you, maestra! Nota: Non sono molto sicura di questa storia, ma le mie vecchie pagelle confermano in parte questa tesi.

 Io stavo guardando Solletico mentre facevo una sana (perché lo dice Tata Lucia alla televisione, alla pubblicità) merenda a base di Nutella, e pensavo che non c’era sazietà senza fame e quindi non poteva esserci bene senza male anche se il discorso mi tornava un po’ poco perché c’era tanta fame e poca sazietà e tanto male e poco bene, questo vedevo io.
Ho sempre difficoltà con le situazioni non equilibrate, sarà colpa del fatto che ho Mercurio in Bilancia. Espressi a mio padre i miei dubbi e le mie domande e lui partì con un pippone assurdo su un filosofo greco che parlava di contrapposizione degli opposti, non ci capii molto ma mi sentii una filosofa questo sì.

Il mio amico E bussò alla porta. Mia madre mi disse che c’era E, e che voleva parlarmi. Io volevo bene ad E, capiamoci bene, ma non mi piaceva per niente il fatto che stesse interrompendo il mio merenda/solletico/riflessionifilosofiche time. Nonostante ciò un po’ imbronciata e infastidita andai a sentire cosa volesse. Aveva il fiatone. Rapidamente feci un calcolo dei metri che separavano la mia dimora da quella di E e il suo fiatone mi sembrò ingiustificato, confesso di essermi preoccupata per qualche nanosecondo del suo stato di salute. Mi disse che veniva dalla casa di P, nemmeno la casa di P era così lontana, e che doveva dirmi una cosa bruttissima, era triste ed eccitato. E’ morta la mamma di M, domani c’è il funerale, ai funerali ci si veste di nero, mi sa che domani non si va a scuola. Sembrava un telegramma, così diceva mio padre ogni volta che qualcuno faceva  discorsi simili, una specie di elenco insomma, o forse no.

La gente attorno a me moriva in continuazione, ma non mi ero mai posta il problema della morte e nessuno si era preoccupato di parlarmene, ché mica si parla di morte ai bambini. Tutto ciò che sapevo riguardo alla morte era quello che avevo imparato guardando mio nonno che leggeva i necrologi. Sapevo che era una cosa importante perché la scrivevano sui giornali e sapevo che di fronte alla morte si doveva dire “Oh no! E’ morto ics… Poverino/a!  La conoscevo. Eh…”

Quindi mi venne spontaneo dire a E:  “Oh no! Poverina! La conoscevo. Eh…”

E mi guardò un po’ perplesso e continuò il suo giro, tristemente eccitato, da postino di notizie nefaste.

Chiesi a mia madre se avevo una maglia nera. Mi disse che ai bambini piacciono i colori, quindi no. Le dissi che dovevo comprarla assolutamente, lei mi disse che ci saremmo andate il giorno dopo a comprarla, allora io le dissi che era morta la mamma di M. Lei mi guardò e mi disse: “Oh poverina! Era così giovane… povera bambina…”

Mi disse che non era necessario indossare una maglia nera ai funerali, io le dissi che me l’aveva detto E, mi rispose che sì, ma non i bambini e che comunque al funerale non ci sarei andata. Le chiesi perché e lei mi rispose che non sono cose da bambini, io le dissi che volevo vedere cos’era la morte e lei mi disse che non si vede cos’è la morte nei funerali e no non ci sarei andata però sarei andata a trovare M. Le chiesi se M ci sarebbe andata al funerale mi disse che sì probabilmente ci sarebbe andata, io un po’ la invidiai.

Comunicai la notizia anche a mio padre, il quale mi guardò e basta, stupita dalla sua reazione per aiutarlo  gli dissi: “poverina, era così giovane…” lui mi guardò un po’ perplesso e mi diede un abbraccio. Che tenerezza mio padre! Gli chiesi se sapeva cos’era la morte, mi rispose di no. Gli chiesi se era mai andato a un funerale mi disse di sì. Gli chiesi perché non potevo andarci, mi rispose che aveva ragione la mamma. Gli chiesi che effetto fa la morte, mi disse che a lui lo faceva piangere e basta. Gli chiesi se dovevo piangere anche io, mi disse che non era necessario. Gli chiesi se con la morte finisce proprio tutto, mi disse che non lo sapeva ma pensava di sì. Gli chiesi come avrebbe fatto M senza la sua mamma, chi le avrebbe lavato i vestiti e preparato da mangiare e chi l’avrebbe portata a scuola. Mi accarezzò il cranio e mi prese in collo. Gli dissi che mi dispiaceva per M e che non era giusto. Mi disse che non lo era. Gli chiesi se poteva morire anche la mia mamma, mi disse di sì. E cosa avrei fatto io allora?

Capii e mi misi a piangere.

Tanto tanto.

(Avevo una maglia di colore blu elettrico con una grande B disegnata, ed essendo che io ero in IVB ne andavo molto fiera)

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18 pensieri su “Motivi per cui è assolutamente necessario piangere #2

  1. Forse si piange perché si rimane. Io non ricordo morti prima. Non avevo ancora 7 anni. Ricordo che mi sentii in colpa perché un suo regalo mi era caduto, e si era rotto un pezzo. Mi piacevano molto i cartoni animati giapponesi, coi robots. Era un robot, era Trider G7, lo comandava un ragazzino, nel cartone. In molti cartoni ci sono ragazzini, o adolescenti, che mandano un robot potentissimo e che sconfiggono i cattivi. Comunque si era rotto un pezzo, proprio il giorno in cui me l’aveva regalato. Ero così contento che corsi con la scatola in mano, credo, e la scatola cadde e si ruppe questo pezzo, un’ala. Credo. Lo ricordo così, ecco. Nell’ingresso di casa sua, la scatola che cade, il pezzo che si rompe, non c’era abbastanza polistirolo, temo. Non ricordo però se e quanto piansi. Probabilmente sì, e però non volli vederlo. Forse lo vidi il giorno del funerale, che sarebbe stato il giorno dopo. Quello nei miei ricordi è stato il suo ultimo regalo, e io l’avevo rotto. Il fatto è che si rimane, ecco. Tutto qui.

      1. Emh..
        Mi piacciono le tue espressioni “ricordo”.
        Anche io andavo male in “italiano” :P.

        molto belle le emozioni bambinesche.

        😀

  2. facevi tante domande e tutte con una tempistica impeccabile.
    io rimuginavo, rimuginavo e solo dopo giorni mi venivano un’infinità di còse da domandare. e come ti vengono, ora, queste còse, mi diceva mia madre. eh, boh. e forse l’attenzione andava alla mia intempistica curiosità, qualcosa del genere.
    non usavo proprio la parola rimuginare quando ero piccina. mi sà che non conoscevo nemmeno il significato. poi l’ho scoperto, comunque. che significa e che rimugino.
    ho sempre rimuginato.
    anche per piangere, per dire.

  3. L’altro giorno è morto un mio amico; compagno di scuola, quando eravamo molto giovani. È sempre una cosa assai strana: non ci si abitua, anche se sai che se l’era cercata. Non ho pianto, come non ho pianto la morte di mia madre, che amavo infinitamente.
    Con tutto ciò non capisco, e penso non lo capirò mai come una logica emotiva, il pianto della Fornero. Più che altro non lo giustifico. Falsa ipocrita: è la prima cosa che mi è balzata alla mente; spero di sbagliarmi, ma le mie speranze sono sempre state disilluse, specie quelle più alte.

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