Motivi per cui è assolutamente necessario piangere #3

Correva l’anno 1996 e tutti stavano bene e andavano al mare ed era un anno felice. Io avevo 9 anni e avevo già imparato ad ascoltare. E tutti approfittavano di me e delle mie orecchie. Mi raccontavano le loro cose e la cosa mi lusingava molto perché non solo mi subivo le confidenze di amorispietati di cugini e amici, ma persino gli adulti mi usavano come confessionale. (Nel 1996 non c’era ancora il Grande Fratello che è venuto con il nuovo millennio e con l’euro. )

In realtà penso che tutti mi raccontassero tutto perché ero una tomba. Non dicevo mai niente a nessuno, ascoltavo con attenzione e pensavo alle supernove. E tra parlare con un essereumanotomba che pensa alle supernove e un cane penso che uno si senta più normale a raccontare le proprie turbe esistenziali a un essereumanotomba, anche perché se l’essereumanotomba ha 9 anni uno magari pensa che non capisca niente e visto che l’essereumanotomba approva passivamente uno è anche legittimato a crederlo, che non capisca niente dico. Così mi raccontavano tutto, o quasi, comunque tanto; e io penso di avere sviluppato allora la mia capacità di pensare a 892 cose differenti contemporaneamente, non di più, a volte di meno quando ho mal di testa, e penso di avere iniziato allora a pensare che l’umanità mi avrebbe annoiato tantissimo. Il punto è che non sono mai stata interessata nemmeno agli animali o alle piante, a parte gli alberi storti, che mi hanno sempre affascinato per il loro essere storti.

 A me interessava solo Jurij Gagarin. E un po’ il calcio.

Era un anno felice il 1996. Io parlavo di Jurij Gagarin con mio padre che faceva finta di essere interessato e con mio nonno che ogni volta che io raccontavo un episodio della vita di Jurij diceva “Ah, la grande Russia!” e poi mi raccontava del suo viaggio a Mosca, del partito comunista, di quanto fosse bella e potente la Russia un tempo, e recitava una poesia in russo che non finiva più.  E io un po’ ascoltavo, un po’ mi chiedevo “ma perché?” e un po’ pensavo alle supernove.

Nel 1996 io guardavo le mie mani e mi domandavo cosa  avrei fatto delle mie mani. Pensavo che avrei fatto la dottoressa per salvare il mondo scoprendo la cura per l’infarto che era la malattia che era venuta al mio nonno. Ma siccome- pensavo- il tempo di finire di studiare e lui sarà già morto, allora- pensavo-ci penserà qualcun altro e io- pensavo- che potevo senza sentirmi eccessivamente in colpa dedicare la mia vita alla scienza diventando astronauta e mi allenavo a sorridere come Jurij, tutto questo, ovviamente, solo dopo essere stata la prima donna a giocare al giuoco del calcio in Serie A nell’Internazionale Football Club con la maglia numero sette.

L’anno 1996 se ci metti i punti nel mezzo diventa una canzone degli Afterhours che a me piace molto per quanto parta con una bestemmia, e a me non piacciono le bestemmie. E anzi quando dico “bestemmia” corruccio sempre un po’ la fronte.  Dio mi è sempre stato simpatico da quando nell’anno 1996 immaginavo che il suo unico compito fosse quello di annaffiare i fiori con una mega annaffiatrice di fiori, e così pioveva per tutti non solo per i fiori, che non era proprio bello ché a me la pioggia non è che mi piacesse, ma era grazie alla fotosintesi che respiravo e c’era bisogno di Dio che annaffiava un po’ tutti per farci respirare un altro po’. Poi mi hanno spiegato le nuvole e i cirri. Ricordo di avere pensato che la parola cirri è così brutta che io non posso proprio credere ai cirri. Ci ho pensato per un po’ e ho deciso che credo a Dio che annaffia.

Nell’estate del 1996, per quanto l’anno 1996 fosse un anno felice, io avevo saturno contro. Infatti, prima mi feci male alla caviglia destra mentre in spiaggia correvo come una pazza perché pensavo di avere visto una serpe  e invece era solo un bastone. Poi mi ruppi un polso perché pensavo che la fisica fosse clemente con i bambini che fanno acrobazie in bici, invece no. E infine, proprio quasi a metà dell’estate, era Luglio, mio cugino M andò da un suo amico in campagna e oltre a tornare con i pidocchi, cosa alla quale mio zio G pose subito rimedio rasandolo [con M che piangeva perché voleva fare il figo e invece sembrava solo un drogato (infatti la mia amica D, che era innamorata di lui follemente, smise subito di amarlo dopo averlo visto nella versione drogato e volle meno bene anche a me, ché-disse-certe cose sono genetiche) Io da quel giorno ho imparato che prima di amare una persona bisogna vederla senza capelli perché poi ci si rimane male, e non è bello] tornò M, insomma, con i pidocchi e una malattia mortale e contagiosa che contagiava i bambini e che mi contagiò.  M non contagiò solo me contagiò i suo due fratelli K ed E, e anche mia sorella. Poi ci misero tutti in quarantena e non contagiammo più nessuno.

 Io, ovviamente,  subii questa malattia mortale e contagiosa più di tutti. Infatti mentre M, K, E e O (mia sorella) se la spassavano perché già guariti dopo due tre ore il mio corpo ancora soffriva, e tanto soffrì (il povero corpo mio) per settimane. Mentre loro andavano in giro a giuocare e saltellare e a rincorrere le libellule nei prati io ero rinchiusa in casa a leggere “Cuore” di De Amicis, libro che ho sempre fatto finta di amare e che non ho mai amato e non so come mai nella mia testa è in gara con “Le mille e una notte” libro evidentemente superiore e superultrabellissimo.

Nel quartiere che mi ha dato i natali si sparse subito la voce tra i miei coetanei della mia malattia mortale e contagiosa, le mamme sono persone orribili, e ovviamente tutti mi evitavano come la peste. Io, che ero un tipo un sacco sveglio, sapevo che mica ce l’avevano con me, e che avevano solo paura della mia malattia mortale e contagiosa e anche io ne avevo paura giacché non guarivo quindi li capivo e non facevo certo le storie per uscire di casa. Mi limitavo a guardare i miei amici dalla finestra e pensare che avevo saturno contro, a soffrire e avere la febbre e a pensare che anche Jurij nello spazio era da solo e guardava il mondo dalla finestra.

Nella mia depressione infantile+malattia contagiosa non avendo niente da fare un giorno pensai di smontare il ferro da stiro di mia madre. Poi lo rimontai solo che mi avanzarono dei pezzi. Lei si arrabbiò tantissimo e mi mandò a comprare il latte. Io le dissi che forse si dimenticava che avevo una malattia mortale e contagiosa. Lei mi disse che la mia malattia mortale e contagiosa non si trasmetteva se io scendevo le scale. E io le ricordai che tutti avevano paura di me. Lei mi disse che tutti erano stupidi perché il contagio avveniva solo tramite scambio di saliva. Io le chiesi se era sicura, lei mi disse di sì. Io le ricordai che non avevo avuto uno scambio di saliva con M, appunto inappuntabile. Lei mi disse di andare a comprare il latte e che se fossi rimasta un altro po’ a casa avrei certamente smontato televisore e frigorifero. Io le dissi che tutti avrebbero avuto paura di me, lei mi disse che ero io  ad avere paura, appunto inappuntabile. Mi feci coraggio e aprii la porta.

Per le scale incrociai il mio amico R che correndo come un matto andò a dire subito a tutti quelli che stavano giocando nel giardino, che io avrei dovuto attraversare, che stavo scendendo le scale. E allora io sentii urla e grida e la gente che disperata si nascondeva in ogni dove. Allora risalii le scale e tornai a casa. Suonai, mia madre mi aprii la porta, vide che non avevo buste in mano mi richiuse la porta.

Allora io mi feci coraggio e riscesi le scale. C’era un silenzio surreale e la gente nascosta dietro alle macchine, uno si erano infilato dentro un cestino, la mia amica D (quella di prima, quella che pensava che in famiglia fossimo tutti drogati) si era nascosta sotto un camion. Uno urlò: eccola! E di nuovo urla di spavento. D si mise a piangere.

Il mio orgoglio non poteva reggere tanto e allora io iniziai a dire a tutti che mica si trasmetteva con lo sguardo la mia malattia mortale e contagiosa e che erano stupidi e non capivano niente e con fierezza arrabbiata andai a comprare il latte.

Tornai a casa mi infilai nel mio letto, con la testa dentro le coperte per non vedere più il mondo e non sentirlo più, e cercai di pensare alle supernove, solo che mica mi riusciva.
Allora io mi ricordo che pensai che la gente ha paura del dolore, e che capisce solo le sue di paure e solo il suo di dolore. E allora io mi misi a piangere che mica era giusta questa cosa. E mica era bello che la gente avesse paura di me, io già avevo la febbre e dovevo leggere “Cuore”.

(Avevo una maglia di tutti i colori. Orribile)

28 pensieri su “Motivi per cui è assolutamente necessario piangere #3

      1. 🙂 Ciao Ermo, dato che l’anno si sta per concludere e io sono cotta adesso e c’ho un sonno pazzesco ti voglio dire che è bello che tu sia qui. :*

      1. mi stupisce che ancora tu ti stupisca :O

        ma tutto ciò è moderatamente stupefacente! no? lo stupore ha valore.

      2. beh mica lo so, sai? io mi stupisco di tutto.

        Sono in partenza Ermo, quindi ti dico quelle cose che si dicono le persone adesso per strada “oh, se un ci si vede auguri eh… buone cose!”

        Stai bene.

      1. Ahahah! Oddio. Guarda che ti leggo anche se non fai di queste cose apposta, eh! È una mia deviazione, comunque. Va beh. Sono un tipo deviato, a volte deviante. Argh. Comunque comunque. Buoni spostamenti fisici, che siano fruttiferi. E buoni giorni!

  1. Ti do 10. Forse son commosso, forse divertito, forse semplicemente m’hai fatto sentir bene, e per questo come minimo ti meriti un grazie =*

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