La scienza è il male, ci farà morire tutti (anche Papà castoro)

C’era una volta un gustoso maiale che aveva un nome originalissimo per essere un gustoso maiale, si chiamava pig lineetta bassa uno due otto lineetta bassa, per gli amici pig centoventotto.

La fattoria nella quale viveva Pig_128_, che è il protagonista di questa storia, non ci saranno sorprese, è nello Hampshire come tutte le fattorie di tutte le storie fighissime con gli animali.
Ci tengo a precisare che chi sta raccontando questa storia, cioè me, non è mai stato nello Hampshire e in realtà non è a conoscenza di nessun altra storia di maiali dello Hampshire, per quanto ne sa chi sta raccontando questa storia, che come tutti sanno non ha alcuna conoscenza in fatto di animali piante alberi o cose simili, nello Hampshire ci sono i pinguini.

Pig_128_ faceva parte del recinto prosciutti insieme a Pig_120_, Pig_121_, Pig_122_, Pig_123_, Pig_124_, Pig_125_, Pig_126_, Pig_127_, Pig_129_, Pig_130_. Era molto amico di tutti tranne che di Pig_120_ e Pig_130_ che se la tiravano troppo perché avevano questi nomi fighissimi da maiali speciali, ed erano un po’ più cicciottelli e più belli, ma non ci litigava mai perché i gustosi maiali non hanno mai tempo di litigare, devono ingrassare.

Pig_128_ come tutti i maiali rotolava nel fango del suo recinto prosciutti  e si divertiva. Non andava a scuola perché i maiali non vanno a scuola, i cartoni animati mentono  e Papa Castoro essendo un castoro non sa leggere e i pinguini non vivono negli igloo, bisogna dirlo chiaramente e una volte per tutte. Basta con queste false credenze.
I maiali devono solo mangiare e scopare, questo è il loro ruolo e Pig_128_ faceva con passione entrambe le  attività, che gli procuravano entrambe molto piacere, va detto. Sapeva che sarebbe diventato un prosciutto e l’idea lo riempiva di orgoglio, non tutti i maiali diventano prosciutti.
Certo, poco più in là c’era il recinto Pet, quello dei maiali belli belli che sarebbero andati a farsi coccolare dalle signore londinesi, a cui avrebbero messo dei guinzagli di pietre preziose e che tutti avrebbero preso in braccio e amato e seppellito e pianto, ma essere un maiale da prosciutto è comunque cosa buona per quanto il prosciutto dello Hampshire non sia poi così prestigioso.
Infatti Pig_128_ sognava di diventare un maiale così grasso e così tonico e così perfetto da potersi trasferire in quel di Parma ( anche se l’idea di dovere imparare l’italiano lo spaventava, soprattutto le doppie, ma certi sacrifici si possono fare per poter ottenere le proprie soddisfazioni nella vita, pensava spesso) per potere diventare come quei prosciutti della pubblicità, che notoriamente trasmettono in continuazione nello Hampshire, “né crudo, né cotto, granbiscotto”.

“Sogna maiale, sogna.”- cantava Pig_Vecchioni_130_

Come appena detto Pig_128_ ingrassava in tutta tranquillità facendo sogni di gloria fino a quando non si rese conto, a un certo punto, quasi per miracolo, che le cose cadevano, soprattutto i frutti dagli alberi, e la ragazza che puliva i cavalli, lei cadeva sempre. Pig_128_ si domandò come fosse possibile tutto ciò e da lì a poco divenne Pig_Newton_128, cioè il Newton dei maiali. Gli altri maiali del recinto ridevano di lui e delle sue teorie innovative (per il mondo dei maiali), e soprattutto lo prendevano in giro perché questa intensa attività cerebrale lo deconcentrava dalle uniche due attività per cui era nato: mangiare e riprodursi.

 Ma adesso Pig_128_ aveva altre preoccupazioni, da quando aveva scoperto di avere un peso anche piuttosto grande e che questo suo peso gravava sulla terra si era dispiaciuto tantissimo, dice “ma perché la terra deve sopportare tutti questi corpi? Tutte queste forze peso? Chissà quanto è faticoso per la terra sostenerci tutti?!” e poi pensava ancora “cosa se ne fa la terra di me? Perché mi attrae?”. Questo pensiero lo dilaniava e lo fece smettere di mangiare perché sapeva che P uguale emmepergi , e che g è più o meno costante quindi è m che deve diminuire se si vuole gravare un po’ meno. Stava quasi per morire di anoressia Pig_Newton_128  quando fortunatamente scoprì, anche lì un caso, che l’accelerazione gravitazionale sulla luna è un sesto di quella terrestre, la gioia invase il suo cuore così simile a quello dell’uomo. “Alla luna peserei meno” pensò Pig_Newton_Ana_128_.   E allora si fece venire questa idea pazzaidea di andare sulla luna.
(Intanto Pig_Vecchioni_130, quello di prima, quello che se la tirava, cantava di nuovo “sogna maiale, sogna”.)
E pensò giustamente Pig_Newton_Ana_128_  che se voleva andare sulla luna non gli poteva bastare salire sopra il recinto e allungare le zampe quindi ritenne che fosse necessario che lui lasciasse la fattoria dello Hampshire, abbandonando così definitivamente il sogno di diventare un prosciutto di Parma.

(Mentre lui si allontanava dalla fattoria senza guardare indietro  Pig_FiorellaMannoia_120, quella di prima, quella figa, che era sempre stata innamorata di Pig_Newton_Amstrong_128_ ma non aveva mai avuto il coraggio di dirglielo cantava “così vai via, non andare no, domani via per favore no” cover di Pig_Baglioni_125_. Mi sono dimenticata di dire prima che ai maiali piace molto cantare, soprattutto mentre fanno l’amore)

E niente, insomma, Pig_Newton_Amstrong_128_ non poteva sapere che esistono le strisce bianche e quindi nulla: una macchina l’ha messo sotto.

E cadde come corpo morto cade, e morì come tutti si muore, come tutti cambiando colore.
E la sua ultima speranza  fu che il suo cuore potesse servire per gli esperimenti scientifici, è così simile a quello umano il cuore di Pig_Newton_Amstrong_Morto_128_.

NB: i personaggi di questa storia sono tutti frutto della mia testa, ogni riferimento a fatti e persone realmente esistite è puramente casuale. Se qualcuno si identifica nella prima fase di Pig_128_, cioè mangiare e scopare  come unico scopo del proprio esistere, non è certamente colpa mia.

NB2: la vera storia di Pig_128_ è questa, nato, ingrassato, sgozzato, fatto stagionare, affettato, probabilmente lo stai mangiando.

 

Annunci

Sentirsi vip.

(così al volo, prima di andare a cena. con un freddo cane e una connessione lenta lentissima rubata un po’ qua e un po’ là )

Altea, che sarebbe anche il nome di una macchina, precisamente la mia. Mia si fa per dire, io non amo gli aggettivi possessivi sono terribili e ti fanno pagare la benzina, il bollo, l’assicurazione e il resto.
Altea, si diceva, era una poetessa. Non ci sono poeti vivi. Lo so che diventi poeta dopo che sei morto. Ma Altea ogni volta che le chiedono “ehi Altea, ma tu che lavoro fai?” vorrebbe tanto rispondere fissando il vuoto e con sguardo malinconico alla Buster Keaton  “sono un poeta”, quindi è un poeta ; così al maschile, ché poetessa è veramente bruttissimo come tutte le parole che finiscono in essa. Che cacofonia!
Il linguaggio è il peggiore dei maschilisti, dice sempre Altea. E’ così femminista che usa maschilismo, il sostantivo, almeno 50 volte al giorno senza mai annoiarsi. E ripete lo stesso discorso da anni, sulle donne, il corpo, la società, il potere, il lavoro, gli asili, la maternità senza mai annoiarsi. E’ incredibile quanto Altea non si annoi mai.
In camera sua ha un rarissimo poster autoprodotto di Olympe de Gouges, una signora francese un po’ bruttina e con una chioma che ricorda quella di Goku Super Sayan di terzo livello, che poi, a dirla tutta,  Olympe sarebbe una delle prime femministe e una drammaturga e un sacco di altre cose, ma fondamentalmente  è la sosia di Goku, cosa questa che le viene riconosciuto universalmente e le dà molto prestigio internazionale. In camera sua c’è anche un ancora più raro poster anch’esso autoprodotto di Dumas figlio sbarrato di rosso tipo il cartello “vietato l’accesso”, ché Dumas figlio era un maschilista della peggiore specie, nonché colui che ha coniato il termine “femministe” nonché il sosia con i baffi di Fulvio Abbate, ma senza cappello. Ha anche il poster di un bambino africano mal nutrito per ricordarsi che il mondo soffre.  E a tal proposito, poveri (aggettivo usato solo al plurale e ovviamente al maschile) è un’altra delle parole che usa almeno 50 volte al giorno accompagnato nel 70% dei casi dal complimento di specificazione “del mondo”.
Altea ispirata da “il povero del mondo” aveva scritto fior fior di trattati e saggi sull’umanità e sul maschilismo e sulla sofferenza.
Aveva lavorato ed era riuscita a scrivere così tante cose e così difficili e così belle, che, era certa, sarebbe arrivato il momento in cui il mondo  avrebbe riconosciuto il suo talento. E allora sarebbe stato tripudio e gioia. Il giorno venne.
Una sera mezza ubriaca, tre quarti ubriaca mi correggo, e un po’ fatta, tornata a casa, sedutasi sulla scrivania, rivolto lo sguardo a “il povero del mondo” aveva scritto una poesia d’amore bruttissima.  Lei che si era giurata che d’amore non avrebbe parlato mai, ché l’amore è indescrivibile e falliscono tutti e raccontano tutti le solite menate, ché l’amore è la più grande bugia, quella salvatrice (semicit.). Questa orrida poesia concepita dalla sua penna era capitata nelle mani del suo “amico” Francesco.
E’ un’usanza tipica dei giovani intelligenti, quella di chiamare le persone che si amano o con cui si fa sesso con una certa continuità “amico/a” mentre si sorride a metà tra il malizioso e l’ebete, gli altri quelli un po’ così dicono ragazza/o o morosa/o, e quelli proprio messi male fidanzata/o.
Francesco l’aveva letta, si era commosso perché direttamente chiamato in causa (secondo lui), e tornato a casa aveva scritto su google “concorsi poesie d’amore”. Ne aveva trovato uno figo, aveva ricopiato parola per parola su word l’intera poesia che mica era così corta, firmato Altea L., messo i dieci euro nella busta e aveva spedito il tutto con una raccomandata, ciò dopo una lunga fila alle poste, l’amore sopporta le file alle poste e i file pesanti, aveva pensato Francesco seduto nei seggiolini giallo vomito dell’ufficio postale (con un gioco di parole veramente astuto : le file- i file)

E così Altea vinse il suo primo concorso.
Quando il suo “amico” (ehehehehe, :/) Francesco tutto fiero e orgoglioso le portò la bella notizia, Altea scoppiò in un pianto senza fine, che poi, però, dopo un po’ finì. Guardò il povero del mondo con occhi spiritati e si disse e gli disse che non valeva niente. Francesco, un po’ perplesso, le sorrise e le disse che non aveva capito. Hai vinto, hai vinto tu, ha vinto la tua poesia- ripeteva mentre scuoteva lo smartphone e cercava di ricordarsi se Altea aveva le sue cose.
Allora lei ricominciò a piangere senza fine e a dire che lui non capiva.
Francesco pensò che sì dovevano essere gli ormoni, e la abbracciò con le sue mani sorridenti dicendole che avevano vinto un weekend a Verona, che sarebbero stati benissimo e che aveva già comprato i biglietti dell’Intercity. Il pianto di Altea divenne per un momento più acuto, poi scemò. Lui le chiese dove aveva il poster portatile del povero del mondo, non si muoveva senza il povero del mondo, lei gli indicò un cassetto e insieme preparano la valigia.

E così eccoli qua. Seduti ai due estremi del letto.
Lui, eccitato dal fatto che la sua ragazza ha appena finito di leggere una poesia con il microfono davanti a molte persone e che in fondo è anche merito suo.
Lei, totalmente in preda allo sconforto e agli ormoni che regolano il male di vivere.
Lui, a rendere noto al mondo la sua gioia tramite l’applicazione facebook per Nokia.
Lei, che facebook non ce l’ha per motivi etici, a guardare il poster portatile del povero del mondo.
Lui, che le chiede perché non riesce mai a essere felice.
Lei, che risponde che non lo sa.
Lui, che le chiede se lo ama.
Lei, che risponde che non lo sa.
Lui, che le dice che ci sei solo tu.
Lei, che risponde che lo sa.
Lui, che le dice che questo lo distrugge.
Lei, che guarda il povero del mondo. E un silenzio che io non riesco proprio a narrare.

Benevenuto +S gen

Siccome il nome del mio blog, cioè Rabdomante, è odioso, allora io dopo un’intensa nottata passata a non dormire ho deciso che cambieremo nome. Da oggi siamo “+S gen” si legge più esse gen.

p.s. Sono tornata, sto bene, cioè… vabbe’ un’altra volta.

p.p.s la prima plurale è perché oggi mi sento un po’ divino Otelma un po’ Serena Dandini