Il canto stonato di me errante nell’Europa

Qualche giorno fa ho visto in televisione un’intervista, una di queste solite interviste in cui si prende un terremotato e gli si chiede allora come ci si sente nel tuo status da terremotato e in cui questi, i terremotati, pudici e rispettosi verso le telecamere, danno risposte che vogliono dire “di merda grazie” ma che si esprimono in parole educate arricchite di pianti,  grida di dolore e  volti corrucciati e arrabbiati.

La signora intervistata, con un volto pieno di rughe e le mani sporche, lo so perché io guardo sempre le mani delle persone anche quando sono in televisione, si trasforma in intervistatrice di se stessa e domanda, e mi domanda “per che cosa abbiamo lavorato tutta la vita? E tutti questi sacrifici a cosa sono serviti? Per una casa in frantumi?”

Io cinicamente, confesso, dentro di me ho pensato “eh che diamine, solo ora te la fai ‘sta domanda?! Ti deve crollare la casa per farti ‘sta domanda? E poi se la tua casa fosse ancora in piedi la tua vita, la tua fatica, assumerebbe magicamente un senso?! E’ la casa il tuo senso?!”

Non dirò in questa occasione, e cercherò di evitarlo sempre, cose scontate e arrabbiate su quanto terremoti di questa entità non dovrebbero affatto portare sciagure ma semplici inconvenienti che fanno crollare al massimo i mobili Ikea montati male. E non dirò nemmeno niente sui lavoratori morti mentre lavoravano, ma penso cose orribili. E non mi esprimerò nemmeno sugli sms solidali e le parate militari.

Oggi sempre in televisione illuminati giornalisti chiedono alle nuove specie zoologiche, i greci, nel nuovo zoo europeo, la Grecia, come ci si sente a essere greci alla vigilia del default. Anche qui delle persone che parlano greco dicono cose che io capisco solo in parte, ma che un traduttore traduce e significano all’incirca “di merda grazie”.

Tra queste interviste mi colpisce quella di una signora in lacrime che domanda al giornalista e allo spettatore “che cosa abbiamo  lavorato a fare in tutti questi anni se non posso comprare le medicine per mio padre?”

Di nuovo io mi sono scordata le lacrime e molto cinicamente ho pensato “eh che diamine solo ora te lo chiedi?! Se compri le medicine la tua vita ha senso?”

Poi ho pensato che gli uomini sono piccoli e pieni di paure, e a volte non si chiedono le cose, e altre volte si danno la risposta più semplice e altre ancora non si rispondono proprio.

La miseria, però, è rivelatrice. Lo è nel piccolo delle piccole miserie della propria vita e lo è nel grande degli eventi incontrollabili che la vita la plasmano. Soprattutto quando la miseria non è una condizione di sempre.

Ecco, lo domandava il pastore errante di Leopardi alla Luna nel suo meraviglioso canto:

Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita?

e poi ancora:

dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve?

Se lo domandava anche il Qohelet nell’omonimo libro Biblico “Che vantaggio viene all’uomo da tutta la fatica in cui si affatica sotto il sole?”

Sarà mica l’ora che, dopo avere fatto finta che questa domanda non ci sia o dopo averla relegata a certi ambienti religiosi, si ricominci a porsela?

Che senso ha una vita spesa per comprarsi una casa e una cucina Ikea? Che senso ha un vita spesa a cercare di mettere da parte dei soldi che domani potrebbero non avere più valore? Che senso ha la vita di un uomo che lavora per la macchina e la pensione?

Queste che sono domande personali non possono fare altro che trasformarsi nella domanda di una collettività: che forma ci diamo? Per che cosa fatichiamo? A cosa tendiamo?

Non si può prescindere, secondo me, da questi due aspetti: personale e collettivo che devono andare avanti di pari passo.

E’ in questo che io trovo terribile e allo stesso tempo meraviglioso gli eventi tragici perché alcuni uomini li ammazza, in questo è terribile, ma meravigliosa perché chi rimane è costretto ad alzare lo sguardo verso il cielo  e chiedersi:

dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve?

9 pensieri su “Il canto stonato di me errante nell’Europa

  1. E se la domanda fosse senza senso perché senza risposta? Perderemmo tempo e vita preziosa (resterebbe il terribile, le morti, e se ne andrebbe il meraviglioso, la domanda: non il massimo). E se qualcuno di quelli che si aggrappano alle case e alle medicine per il padre questa domanda se la fossero posta e non avessero trovato risposta e stessero solo difendendosi, nella propria vita, come meglio possono? Comunque il post è molto bello (e scritto magistralmente).
    Giovanni

  2. Avere a che fare con sè stessi e con quello che si è fatto quando si è alla resa dei conti è di norma. Siamo troppo abituati ad essere e a fare per accorgecene altrimenti. Un pò come quando si perde qualcuno di vicino, se si è mollati dalla fidanzata, o si perde il lavoro. Ma va che tutto quanto dico è abbastanza ovvo.

  3. Una cosa in favore della nonna senza casa la devo dire.
    Lei non rimpiange la casa in se, rimpiange un posto dove stare.

    1. Io non ce l’ho con la signora, né con le case. L’avessi avuta davanti l’avrei abbracciata e le avrei detto che non è niente. Mi fa rabbia, ma la capisco. Ce l’ho invece e molto con quella che Silvano Agosti nel tuo video chiama la peggiore delle culture.

  4. Mah. A me non sembra che la vita non abbia senso quando accadono queste cose, è la merda che ingoiamo per poter avere magari chi sa una casa, un lavoro, etc, che non ha senso e che fa porre queste domande. E la cosa più penosa è che vedo annunci di lavori, in giro, dove ci dovrebbe essere scritto a chiare lettere: cercasi persona indifferente con un bel sorriso per fottere quanti più consumatori in buona fede.

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