Cinghiale con la salsa di tartufi cotto bene in forno #daleccarsiibaffi

Questa è una di quelle cose che a me chiedono di scrivere su- cheneso-la sagra del cinghiale. Io solitamente annuisco e dico “sì ho capito” anche se non capisco mai cosa c’entri io con le sagre del cinghiale (ché io un cinghiale non lo mangerei mai) e soprattutto mi fanno schifo le sagre, che mi ricordano per assonanza le scarpe, e le scarpe a forma di tartufo sono una roba che farebbe rabbrividire persino Lady Gaga. A tale proposito, vorrei dire che le feste dell’unità sono sempre più decadenti, e ogni volta che me ne rendo conto mi viene voglia di ubriacarmi di birra (sempre più scadente) delle feste dell’unità.  

Non so se sia un problema generale, non ho abbastanza esperienza del genere umano per poterlo dire, ma i miei bambini non sanno saltare. Quando mi sono resa conto della cosa l’ho trovata veramente molto interessante e mi sono persa in riflessioni filosofeggianti sulla gravità e Ivan Ramiro Cordoba e poi, con incredibile senso tattico, ho avuto l’illuminazione: “vabbè, i corner li battiamo bassi”.
Così ogni volta che ci danno un calcio d’angolo Gabri, che è l’unico che sa tirare i corner, tira la palla rasoterra e spera che qualcuno la butti dentro, anche se sa che l’unico che sarebbe capace di fare gol è proprio lui.  A volte Marco, che è sempre con me in panchina perché, poverino, ancora non ha capito le regole del gioco e ogni tanto la prende di mano, si lamenta quando ci danno i calci d’angolo “tanto che ce ne facciamo?!” dice e protesta con l’arbitro.

Succede, però, che l’angolo ogni tanto te lo diano contro e per noi sono momenti tragici. Non che le altre squadre abbiano dei grandi colpitori di testa, ma ci facciamo prendere dall’emozione e dentro l’area di rigore accadono cose che ricordano il brodo primordiale.  Marco, quello di prima, inizia a dire “ecco adesso ci fanno gol, adesso ci fanno gol, ecco vai, guarda come la buttano dentro”. Ale, che è uno che fa compagnia a Marco, gli tira una pedata e gli dice di stare zitto. Poi l’arbitro fischia, i cuori in panchina si fermano, i nostri difensori guardano le farfalle, e subito dopo Marco dice ad Ale “che t’avevo detto?” e gli tira una pedata. L’arbitro fischia. Gabri scuote violentemente le sue braccia da capitano, e pensa “tocca sempre a me”, io chiamo a me il mio capitano e gli dico “Gabri, tocca a te”. L’arbitro fischia di nuovo.

 Prendiamo molti gol, è sconfortante. Sembriamo la Roma di Luis Enrique, ha detto il babbo di Ale al babbo di Marco che poi è venuto a dirlo a me, specificando che non era un complimento.

Così durante la nostra ultima partita di campionato, nonostante i nostri innumerevoli problemi, eravamo secondi in classifica. Ognuno è libero di pensare quello che vuole sullo stato delle altre squadre, sulla tipologia di campionato e sul numero di squadre che partecipano al campionato stesso, la mia vanità da allenatrice non mi consente di potere dare indicazione veritiere su questo. Giocavamo, nemmeno a farla a posta, con la prima in classifica ed eravamo schierati con l’innovativo modulo 4-4-2.

In porta: Lore, che è l’unico bambino che conosco che vuole fare il portiere pur non essendo grasso. I genitori l’hanno pure mandato dallo psicologo per questo motivo.

A fare il terzino destro Filippo, che è piccolo come tutti, ma lui un po’ di più, e se lo guardi in faccia sembra un piccolo Lahm, quello della Germania. Corre molto, a vuoto.

I nostri due centrali sono Massi e Bongi. Sono un po’ più alti del resto del gruppo  e un po’ più grassi e anche un po’ più lenti e soprattutto non ci sanno fare con la palla. Bongi, in particolar modo, soffre di una particolare forma di allergia che lo costringe al fallo laterale ogni volta che casualmente il pallone  gli capita tra i piedi.

Il terzino sinistro è Ilir. Lui è forte, solo che, ogni tanto, in mezzo al campo, gli vengono le crisi di mezza età e smette di correre e di giocare e inizia a infastidire i suoi compagni. “Perché devo correre dietro al pallone?” si domanda. “E perché non fare far gol agli avversari?” si ridomanda.

A centrocampo siamo forti. Andre, Isma, Giova e Luca. Corrono e si intendono che è una meraviglia. Non avendo materiale difensivo, ovviamente puntiamo molto sulla fase d’attacco e il nostro il centrocampo ha un unico difetto: non torna mai. Così rimaniamo a difendere con Bongi che, mi sono scordata di dire prima, assomiglia in maniera incredibile a Majimbu.

In attacco giochiamo con Bruno e Gabri. Bruno è forte fisicamente, è alto e fa un po’ da torre e spaventa gli avversari, mentre Gabri è il jolly, il nostro capitano, sa tenere bene la palla, è velocissimo, sa scartare l’uomo  e fa tutto lui.

In panchina ci sono: Marco e Ale, che sono perfino peggio di Bongi, Ricca, il secondo portiere, Nicco, Andrea, Has e Paolo. Paolo è la mia punta di diamante, il giocatore più bravo che ho. È in panchina perché sente la pressione, quando entra in campo si irrigidisce, sbaglia i passaggi facili, non tira, si incupisce, e scompare dal gioco. Ha fatto così tutto il campionato, quando gli dico “Paolo entri tu” diventa pallido e sente il terrore, io lo vedo e aggiungo “ti va?”. Lui mi fa cenno di sì con la testa e scompare.

In tribuna ci sono genitori esauriti e compagne di classe che giocano con il telefonino.

Dopo una prima fase di ping-pong e un paio di interventi interessanti dei miei due centrali, vanno in vantaggio gli avversari con un gol in contropiede. Noi recuperiamo con Gabri che segna tirando da fuori area un gol bellissimo che lo fa esultare come Del Piero, con la lingua di fuori e con tanto di dedica alla fidanzata. Poi ancora ping-pong. Manca poco alla fine del primo tempo quando l’arbitro fischia un angolo contro e Bongi, terrorizzato, stende uno degli avversari. Rigore. Lore non fa in tempo a buttarsi che è già gol. Rientriamo negli spogliatoi e io urlo ai miei centrocampisti di coprire e un sacco di altre cose. Sono tutti carichi, persino Ilir dà segni di combattività e io quasi mi commuovo. Faccio entrare Paolo, perché è la mia punta di diamante e io lo so. Qualche babbo fischia perché non è d’accordo. Paolo mi guarda con i suoi occhi terrorizzati, io stringo i pugni e faccio il gesto che universalmente significa “dai Paolo, porca miseria!” e anche Gabri e Edo fanno lo stesso gesto, perché anche loro sanno. L’arbitro fischia e Paolo scompare di nuovo. Proviamo a pareggiare, ma niente, Paolo perde palla a centrocampo e  rischiamo di prendere il terzo gol, ma ci salva Filippo con un intervento che nessuno si aspettava. Dagli spalti il babbo di Marco urla “toglilo”, e Marco, proprio nel momento in cui io dentro di me, arrabbiata, stavo anche considerando l’opzione suggeritami dalla tribuna, urla “Maremma babbo, sta zitto no! Dai Paolooooo!”

Mancano cinque minuti. Gabri si guadagna un calcio d’angolo, Paolo è solo davanti all’area di rigore. Urlo a Gabri di passarla a Paolo, mi guarda titubante, lo urlo di nuovo, Gabri passa a Paolo. “Tiraaaaaa!” Paolo tira ed è palo. La palla finisce tra i piedi di Bongi, che con il suo movimento da omino Lego, tira e segna.

Non ho mai visto niente di più bello di Bongi che guarda il pallone finito in rete, si guarda intorno, si rende conto di essere stato lui, proprio lui, e alza le mani al cielo e sorride di un sorriso che allarga l’universo.

Gabri lo abbraccia e prende subito il pallone, perché manca poco e possiamo vincere. Poi chiama la squadra e tutti vanno ad abbracciare Paolo, perché il merito è suo. Anche Paolo sorride.

8 pensieri su “Cinghiale con la salsa di tartufi cotto bene in forno #daleccarsiibaffi

  1. Perchè il mondo del calcio non è sempre così? Perchè i bambini non sanno saltare come una volta? Ho deciso da un po’ di tempo due cose: la prima è che non voto più Pd, la seconda che ti pubblicizzo. Ecco fatto.
    Sei disposta ad allenare in Sicilia?

  2. beh ho riso di gusto un po’ perchè mi immaginavo la scena… io trovo è che i bambini praticano la cattiveria e la bontà con la stessa intensità…bellisima telecronaca ormai sono un fan accanitissima..

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