Come pulire il tuo acquario e difenderlo dagli attacchi dei panda

Ci sono momenti nella vita di una persona in cui la persona sogna di essere un pesce. Non so se succede a tutti. A me sì. Ma io una volta mi sono anche immaginata di essere trasformata in panda dal controllore del treno perché non faccio mai il viaggio seduta. Cioè, mi sono immaginata un sistema politico così invasivo da avere dei funzionari che ti tirano i pugni diritto all’occhio (quello da cui ci vedi meglio, perché sanno tutto), se non fai le cose come dicono loro e ti trasformano in un panda, appunto. Che poi non sarebbe nemmeno tutto ‘sto male a pensarci bene.

Mi ricordo l’immagine di me riflessa nello specchio di un albergo mentre mi metto il mascara. Uno specchio così sporco di impronte di vite passate di lì, che io dovevo cercarmi un mio spazio. Ricordo sullo sfondo gli occhi sorridenti e assonnati che mi guardavano. Ricordo l’incrocio di sorrisi, i nostri. E io che mi giro e le poche parole. Ricordo i capelli neri, come si incastravano perfettamente con le mie mani, e i cappotti anch’essi neri che stanchi guardavano indiscreti.

Faceva freddo, ma non era Natale. E noi eravamo a Parigi.

So di certo che non era Natale perché nessuno è così stupido da andare a Parigi a Natale, e noi un po’ stupidi lo eravamo ma non così ricchi.

Mi ricordo una giornata di sole, mi ricordo noi che usciamo dall’albergo e tu che mi apri la porta. Ricordo me che inciampo. Ricordo l’eleganza e la grazia dei tuoi movimenti. Come ammirata li guardavo. Ricordo il tuo corpo possente accanto al mio un po’ più fragile, come le tue scarpe seguivano le mie, le tue lunghe gambe che si adeguavano al mio passo e come guardavo le nostre ombre.

Ricordo come Parigi si muoveva agitata intorno a noi e noi la guardavamo con lentezza. La sciarpa che ti copriva il viso e il tuo naso rosso, il vapore che usciva dalla tua bocca e come ti scaldavi le mani. Ricordo le tue mani. Le ore passate in coda al Louvre, me stranamente silenziosa e tu che stranamente parlavi e parlavi ancora. Ricordo me che smetto di ascoltarti dopo cinque secondi, al solito. Ricordo i nostri sorrisi. La tua barba. E come ti guardavo mentre guardavi.

Ricordo le baguette avec jambon blanc e i je t’aime sussurrati. Ricordo il nostro ultimo vero abbraccio. Di come tutto questo mi riempiva il cuore, me lo faceva scoppiare, eppur non mi bastava. Ricordo come tra le tue braccia, nel nostro ultimo vero abbraccio, mi ricordai di quella volta in cui pescai uno squalo gigantesco* nel lago di Vetrice ed ero così felice e lo volli abbracciare e lui si dimenava tutto e voleva scappare. E io mi chiedevo cosa sentissero i pesci e come si toccassero. E se puzzavo perché lo squalo proprio non ci voleva stare tra le mie braccia.

Ricordo come nel nostro ultimo vero abbraccio desiderai per la prima volta quella cosa che adesso desidero sempre: essere un pesce e scivolare, essere un pesce e sfiorare, essere un pesce e lentamente nuotare.

*leggasi trota

13 pensieri su “Come pulire il tuo acquario e difenderlo dagli attacchi dei panda

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...