La storia che commuoverà voi e i vostri figli, soprattutto se non c’avete una lira

Devo mettervi a conoscenza innanzitutto di una cosa che molto probabilmente non sapete, perché non tutti possono essere esperti come me di produzioni in serie di alberi di Natale. Non vi annoierò con un sacco di dettagli tecnici, né pontificherò su quanto sia complicato costruire un albero di Natale, vi darò, invece, l’unica informazione veramente necessaria: gli alberi di Natale possono essere maschi o femmine (questo perché l’uomo ha poca fantasia e riconduce tutto o quasi a coppie dicotomiche). Per sapere se un albero è maschio o femmina, basta guardare il numero di serie, come si faceva con i cellulari alle medie. Se è un numero pari, è femmina. Se è dispari, è maschio. Se volete sapere di più sul vostro albero di Natale plasticoso, sapete come fare. Attenzione però: potrebbe arrossire, ché sono timidoni generalmente. Fin qui tutto bene.

Ora inizia la parte complicata del racconto, che ridurrò all’osso ché nei blog bisogna essere brevi ed arrivare subito al punto: gli alberi di Natale hanno una loro vita. E’ dura da accettare, tu pensi di averlo chiuso nella sua confezione e di averlo messo in cantina/garage e che tutto sia finito lì (perché sei un odioso antropocentrico) eppure hanno una loro vita. Mica che iniziano a camminare di notte quando tutti dormono o cose così, no: gli alberi di natale comunicano con i loro simili attraverso un complesso sistema, che noi uomini non conosciamo (io lo so perché me l’hanno detto gli ufi e perché questa è la mia storia).

Di seguito verranno elencate le fasi principali dell’esistenza di un albero di natale plasticoso. Nascono in squallide fabbriche, vengono messi uno accanto all’altro dove oltre a comunicare come sono soliti fare, si possono anche vedere e, se sono vicini, toccare, è la loro -diciamo così- infanzia, giocano molto, sono felici; poi vengo trasferiti in negozio- l’adolescenza- anche questo è un periodo tutto sommato felice perché possono continuare a vedersi con i loro amici, alcuni, quelli presi male, fanno la vita da alberi di natale ribelli, a volte si ostinano a non volere finire tra le braccia di quell’uomo o quella donna e si fingono catatonici (questo è il massimo della ribellione per un albero di natale plasticoso); nonostante questo però, finisce sempre che qualcuno li porta a casa, anche se sono catatonici, anzi, a dirla tutta, agli umani piacciono di più quelli catatonici, ma gli alberi adolescenti questo non lo sanno; vengono addobbati con le lucine e le palline- la fase adulta- si sentono ridicoli, sì anche le femmine; poi il cassonetto-la vecchiaia-è una fase relativamente breve; e poi la demolizione- la morte. Sull’aldilà le informazioni sono contraddittorie e io non voglio confondere ulteriormente il lettore.

Finito il preambolo, andiamo direttamente al punto, ché non c’è tempo. La storia che sto per raccontarvi è di un albero di Natale e un altro albero di Natale che vogliono tanto vedersi. E’ vero che gli alberi di natale sanno di essere destinati a una vita in cui la gloria e l’ossigeno durano solo qualche giorno all’anno, sanno anche che sono destinati a starsene da soli dentro a delle scatole di cartone, a non vedere la luce del sole per mesi (gli alberi anziani- innumerevoli sono gli eruditi tra di loro- hanno riflettuto molto su questo e hanno trasmesso la loro conoscenza ai più giovani, in un modo che non conosciamo ma che sta studiando il dipartimento di ingegneria delle telecomunicazioni dell’Università del Mississipi) è vero che sono consapevoli insomma del loro destino, ma ciò non rende affatto più facile il loro esistere.

In particolare i due alberi di Natale plasticosi della nostra storia sono due sognatori, quindi angosciati e combattuti, e hanno passato quasi tutti i giorni della loro vita a dirsi che vogliono tanto rincontrarsi e hanno cercato, invano, per molto tempo di elaborare un piano per fare sì che questo potesse avvenire. Non è avvenuto. Tirati fuori verso l’otto di dicembre, rimessi dentro verso il 6 di gennaio e basta. Tutto qui. Alcun spostamento, nessun modo di incontrarsi, in fondo è impossibile: non sanno nemmeno dove sono. E, uh quanti pianti plasticosi servirebbero per piangere questa crudeltà della loro sorte! E quanto lavoro per gli psicanalisti plasticosi, solo Dio lo sa. Ieri, però, la svolta, ché questo-lo sappia il lettore-è una storia che finisce bene.

Uno dei due stava per ripiombare, prima ancora che nel buio della cantina, nel buio della depressione ché la padrona di casa aveva iniziato a toglierli gli orribili addobbi, già si sentiva mancare l’aria, rassegnato e disilluso se ne stava immobile e- nonostante tutto- maestoso accanto al televisore che trasmetteva “Affari tuoi”, programma di punta della televisione pubblica italiana. Pensò al suicidio, ma agli alberi plasticosi non è concessa nemmeno questa grazia, chiamò il suo psicanalista ma il numero era occupato, immaginò che fossero in molti nella sua stessa condizione e non si sentì per niente meglio. Pensò all’albero plasticoso che tanto voleva vedere, cercò di ricordarsi le sue forme, e stava per piangere plastica, quando finalmente l’idea, come un fulmine, lo attraversa e illumina.

 -Cara, mi senti?

-Sì.

-Sei triste?

-Sì, mi hanno appena tolto l’ultima pallina.

-Per tutte le plastiche! Non ti preoccupare, ho la soluzione a tutti i nostri problemi.

-Come no…

-Andrò ad “Affari tuoi” e vincerò un sacco di soldi.

-Ma figurati se prendono quelli come noi.

 

12 pensieri su “La storia che commuoverà voi e i vostri figli, soprattutto se non c’avete una lira

  1. E’ narrativamente scorretto illudere il lettore che la storia avrà un lieto fine per poi disilluderlo con una ipotesi che non si realizza.

  2. Questa loro forma di comunicazione persistente e la consapevolezza di una forte tradizione li porteranno un giorno ad avvicinarsi ai loro creatori. Ne sono cermo.

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