A proposito di alcune cose.

Cari, ho scritto una cosa che trovate qua. Si parla tra le righe di un argomento che mi tocca abbastanza che è l’aspettativa su di sé e di come anche quando la realtà inchioda- e dio mio se inchioda- alcuni umani (non tutti) riescono a plasmarla pocopoco, una cosa quasi insignificante, ma a trasformala in una cosa più vicina a sé. Mi piacciono gli artigiani e non so perché ma questa storia mi sembra una storia di speranza.

A proposito di case in affitto.

Vivere in una casa in affitto non è bello, devo dire. Tanto per cominciare ti vanno via due terzi  dello stipendio per potere vivere in una casa in affitto con (è così quasi per tutte le case in affitto) delle porte orribili. Poi in realtà sei senza casa. Prendi me ad esempio: ogni volta che sono seduta in salotto e sento dei rumori provenienti dal pianerottolo penso sempre che stia per tornare a casa uno dei vecchi locatari e me lo immagino dire “Ah. sei qui?! Scusa, sono tornato perché non riuscivo a vivere senza quel mobiletto rosa che c’è in bagno” e lo vedo lì in bagno che abbraccia come un koala il suo mobiletto rosa per sempre. E’ un’immagine orribile che nessun cambio di serratura può cacciare via.  😦

A proposito di Leopolda.

L’anno scorso all’entrata ti davano un cartellino molto bellino con scritto “dai un nome al futuro” e sotto ci scrivevano il tuo nome e tu andavi in giro con quel cartellino in cui c’era scritto che il nome del futuro era Fatjona. Una gran bella trovata. A parte questo niente di rilevante, a mio sindacabilissimo giudizio, quello che però mi ricordo molto bene della Leopolda 2013 è questa scena: io e un mio amico alla fine della serata ci sediamo a chiacchierare fuori, i partecipanti abbandonano via-via la stazione e tra gli ultimi a uscire una ragazza, appena maggiorenne (credo), volontaria. Allora- le dice il babbo, venuto a prenderla- hai conosciuto qualcuno di importante oggi? Macché, mi hanno messa a sgobbare!-risponde lei. Devi conoscere qualcuno di importante- dice lui.

Dediche

Sto leggendo  “La conquista dell’America” di Cvetan Todorov, che è un libro sulla conquista dell’America appunto, parla del più grande genocidio della storia dell’umanità, maya, aztechi, Colombo, Cortes, ma principalmente parla dell’Altro.  Ma questa non è una recensione, per carità. Diego de Landa, che senza offendere nessuno si potrebbe definire un uomo di merda, vescovo ai tempi, è noto per avere distrutto  quasi tutto il patrimonio culturale dei Maya, ma anche (contrappasso io ti amo) per avere scritto un’opera fondamentale per la conoscenza dei Maya stessi che si chiama  “Relazione sullo Yucatan”, siamo nel 1566.  Da qui parte il libro di Todorov, citandone un passaggio.

“Il capitano Alonso Lopez de Avila aveva fatto prigioniera, durante la guerra, una giovane indiana, donna bella e graziosa. Costei aveva promesso al marito, il quale temeva di poter essere ucciso in guerra di non appartenere ad altri che a lui; ed essa preferì perdere la vita piuttosto che farsi macchiare d’infamia da un altro uomo. Per questo fu data in pasto ai cani.”

Poi così:

Todorov_ Dedica

 

 

Cosa fanno a Slavutyc?

La centrale di Cernobyl non si trova affatto a Cernobyl, bensì a Pripyat. Questa è la mia scoperta di oggi.  Fondata per ospitare tutti coloro che lavoravano nella centrale di Cernobyl (che non è Cernobyl) con le loro famiglie,  Pripyat era abitata da circa quarantasettemila persone nel 1986 e un sacco- dicono- di aiuole. Dicono anche che fosse una città tanto carina, tranquilla, piena di bambini dove le persone potevano essere felici (ma è così che si descrivono i posti prima di una tragedia di solito, non so dire della felicità di Pripyat).  Sicuramente avevano un gran parco giochi. Adesso, come è ovvio, wikipedia alla voce “numero abitanti” dice 0, zero, e cercando ancora un po’ si scopre che  coloro che la abitavano sono stati spostati a Slavutyc, poco più in là.

Ma cosa vuol dire? Dico: che è un esplosione nucleare? Ma anche una città disabitata dopo un’esplosione nucleare cos’è? Mi vengono in mente solo delle immagini, degli edifici senza finestre, non so l’odore, né riesco a immaginarmi il silenzio. E soprattutto cosa hanno vissuto coloro che la abitavano? Che ne è stato? Cosa fanno adesso in questa Slavutyc? Come vivono? Cosa pensano? Ho trovato questo documentario e ha dato un po’ di profondità a questo sguardo miope. Guardatelo, dunque,  merita (a parte un sacco di cose, tipo la colonna sonora e alcune scelta della regia).

Il post in cui la realtà costringe Fatjona ad abbandonare il suo amore Mesut Ozil e a ridere ihihih

Stavo pensando alla mia generazione (ammesso che voglia dire qualcosa) e mi è preso lo sconforto: non abbiamo fatto niente, siamo degli imbecilli- mi dicevo, probabilmente guardandomi allo specchio- ma all’improvviso il lampo: non è vero niente. Negli anni ’80 sono nati fior fior di calciatori. Ho fatto la mia squadra, quindi, non senza patimenti.

Portieri: Iker Casillas, Petr Cech, e Manuel Nuer.

Difensori: Thiago Silva, David Luiz, Giorgio Chiellini, Gerard Pique, Philipp Lahm, Matt Hummels, Vincent Kompany, Sergio Ramos

Centrocampisti: Andres Iniesta, Angel di Maria, Xavi, Xabi Alonso, Franc Ribery, Arjen Robben, Mezut Ozil, Steven Gerard

Attaccanti. Ibrahimovic (<3, questo post è nato solo per dire che amo Ibra) Cristiano Ronaldo, Lionel Messi, Robin Van Persie, Radamel Falcao, Luiz Suarez

Ma rendiamolo ancora più complicato questo giochino: schiero un 3-4-3

In porta Manuel Neur, sembra uno di quei bambini che mettono in porta perché ha il dono di parare tutto ma che vive la cosa con un certo tormento, vuole giocare lui e esce dalla sua aria, e rischia e calcia, e se ne va. Un pazzo.

Philipp Lahm, Thiago Silva, e Sergio Ramos. È una difesa che non regge lo so molto bene, ma devo giocare con un 343, come si usa fare al fantacalcio. Thiago Silva è in assoluto il centrale più forte, a renderlo fortissimo le sue lacrime nell’ultimo mondiale. Lo adoravo nonostante vestisse la maglia rossonera. È gentile. Philipp Lahm è meraviglia, non ho parole per descriverlo. Sergio Ramos non è perfetto come difensore, sbaglia spesso, ci sono probabilmente giocatori che in termini assoluti interpretano meglio il suo ruolo, talvolta è odioso ma ha il quid.

Io amo i centrocampisti, è stato il mio ruolo (e lo è ancora nei campetti) credo che sia la parte di campo più affascinante e dove si costruisce, dove nasce la poesia del calcio. È difficile sceglierne 4, tra l’altro ho lasciato fuori dalla rosa Gareth Bale, Pjanic, Vidal, Fatjona Lamçe etc.etc , non proprio gli ultimi arrivati.

Steven Gerard, professione leggenda. Non ha vinto molto, e me ne dispiaccio tantissimo, ma quello che ha vinto ha un sapore particolare (soprattutto per noi interisti, ihihih (scusate, non rido mai ihihih, ma qui ci stava bene).

Andres Iniesta e Xavi sono poesia, ne scelgo uno solo dei due perché altrimenti tocca escludere Robben, cosa che farei volentieri ma non sarebbe giusto.

Angel Di Maria e Robben. Angel di Maria sta ancora sbocciando, nel senso che secondo me non è ancora arrivato al suo limite, immagino per lui cose bellissime. Robben l’ho sempre detestato per quei suoi movimenti che sono sempre gli stessi ma che nessuno riesce a fermare.

L’attacco invece è abbastanza facile: Messi, Ronaldo, Ibra. Non potrebbero mai giocare insieme, per fortuna. Messi e Ronaldo non li amo, non mi emozionano. Li guardo come si guardano quelli molto bravi, voglio dire: preferisco a loro due Falcao e Suarez, però sono i più bravi e c’è poco da fare su questo. Ibra invece lo amo (tocca ridirlo nel caso non fosse chiaro), è genio. Sono contenta, quasi lusingata, di condividere con lui ben tre cifre dell’anno di nascita. La più enorme delle sue capacità è quella di pensare cose assurde di immaginarsi dei gol assurdi e farli.

Nelle prossime (si fa per dire) puntate, parleremo di questi giocatori in maniera più approfondita.

Fatjona spin doctor stupisce ancora.

Mentre pulivo il bagno per la settima volta in due giorni, ognuno ha l’antistress che si merita, ho avuto l’ennesima folgorazione. Mio Dio-mi sono detta, io non devo stare qui, sto sbagliando tutto, questo non è il mio posto: io devo essere una presidenta. Ho capito, amici, che volevo essere una presidenta fica. Non so bene presidenta di cosa, però presidenta fica come… non so, la Kirchner, ma anche Dilma andrebbe bene, ma anche Angela (che però è una cancelliera-diranno i più tignosi- chiudete un occhio su-rispondo io- ma non è fica-diranno gli esteti del quartierino-è l’essere presidenta che ti rende fica- rispondo io-ma non è presidenta-diranno ancora-ritonfa-dico.) ma anche una Emma Marcegaglia, ma anche la presidenta dell’associazione cucito e ricamo di un paesino altoatesino.

Ho assunto dunque un attegiamento presidentesco e mi sono messa davanti allo specchio con un boa al collo, non un vero boa, i serpenti mi fanno paura, è noto, un finto boa, e ho iniziato il mio discorso a quelli che presidenteggio (ignoti). Questo l’ho fatto per verificare se avevo la pasta della presidentaggine. Ecco il discorso.

Cari voi che ho l’onore e l’onere di presidenteggiare, è l’otto agosto e in questa parte del pianeta Terra si va in vacanza. Così farà anche la vostra presidenta che ha bisogno di abbronzarsi un po’, ma con le dovute cautele. Si smette di fare attenzione un attimo e ti ritrovi subito vecchia e rugosa. Questo, come avete capito sin dalle prime parole, non sarà un discorso istituzionale: non è Natale, perdinci, è solo un venerdì di agosto. E’ stato un anno faticoso per tutti, la crisi ci ha spezzato le gambe e reso meno cool, io per esempio ho dovuto ridurre le ore di palestra, e annullare persino le mie attività benefiche (ché, cari miei, ridendo e scherzando, quella che ha più bisogno di beneficenza di tutti in questo nostro microcosmo in cui io vi presidenteggio e voi vi fate presidenteggiare sono proprio io). Smetterò di parlare di lavoro e parlerò di me. Ohiohi.

Buone vacanze.

La Presidenta.

Dialogo di una Fatjona e una mosca.

Mi sono ritrovata un giorno d’estate una volta a parlare con una mosca. E le dicevo ma che fai? Ma perché sbatti sempre contro il vetro della finestra? Ma sei stupida? Ma non hai cura di te? Ma non ti fa male?

E facevo avanti e indietro in camera mia e pensavo al grande problema delle mosche e più in particolare all’educazione delle mosche. E non so come sentivo questa grande missione dell’educazione delle mosche. E mi chiedevo se ora io le apro la finestra e la accompagno fuori, la aiuto? Poi quando entrerà in un’altra casa, con altre finestre, farà lo stesso? E se poi la ammazzano? E se poi muore di testate? E se fosse il suo modo di chiedere aiuto quello di farsi male davanti ai miei occhi?

Riflettevo. Non sapevo cosa rispondermi io. Non capivo perché io, ma in fondo la capivo.

(E soffrivo a dire il vero ché faceva un gran caldo quel giorno e io avevo letto pochi giorni prima in un articolo de le scienze che questa cosa di capire che un certo percorso porta alle scariche elettriche, quindi al dolore, e conviene prenderne un altro era una caratteristica degli animali col cervello molto sviluppato. E io che faccio sempre lo stesso errore, alla fine, mi sentivo meno intelligente di un topo e molto poco originale nelle mie colpe. E non è che mi sentissi tanto bene.)

Una poesia di Vittorio Sereni

Intervista a un suicida
da “Gli strumenti umani”

L’anima, quello che diciamo l’anima e non è
che una fitta di rimorso,
lenta deplorazione sull’ombra dell’addio
mi rimbrottò dall’argine.

Ero, come sempre, in ritardo
e il funerale a mezza strada, la sua furia
nera ben dentro il cuore del paese.
Il posto: quello, non cambiato – con memoria
di grilli e rane, di acquitrino e selva
di campane sfatte -­
ora in polvere, in secco fango, ricettacolo
di spettri di treni in manovra
il pubblico macello discosto dal paese
di quel tanto…

In che rapporto con l’eterno?
Mi volsi per chiederlo alla detta anima, cosiddetta.
Immobile, uniforme
rispose per lei (per me) una siepe di fuoco
crepitante lieve, come di vetro liquido

indolore con dolore.
Gettai nel riverbero il mio perché l’hai fatto?
Ma non svettarono voci lingueggianti in fiamma,
non la storia d’un uomo:
simulacri,
e nemmeno, figure della vita.

La porta
carraia, e là di colpo nasce la cosa atroce,
la carretta degli arsi da lanciafiamme…
rinvenni, pare, anni dopo nel grigiore di qui
tra cassette di gerani, polvere o fango
dove tutto sbiadiva, anche
– potrei giurarlo, sorrideva nel fuoco –
anche… e parlando ornato:
«mia donna venne a me di Val di Pado»
sicché (non quaglia con me – ripetendomi –
non quagliano acque lacustri e commoventi pioppi

non papaveri e fiori di brughiera)
ebbi un cane, anche troppo mi ci ero affezionato,
tanto da distinguere tra i colpi del qui vicino mattatoio
il colpo che me lo aveva finito.
In quanto all’ammanco di cui facevano discorsi
sul sasso o altrove puoi scriverlo, come vuoi:

NON NELLE CASSE DEL COMUNE
L’AMMANCO
ERA NEL SUO CUORE

Decresceva alla vista, spariva per l’eterno.
Era l’eterno stesso
puerile, dei terrori
rosso su rosso, famelico sbadiglio
della noia
col suono della pioggia sui sagrati…
Ma venti trent’anni
fa lo stesso, il tempo di turbarsi
tornare in pace gli steli
se corre un motore la campagna,
si passano la voce dell’evento

ma non se ne curano, la sanno lunga
le acque falsamente ora limpide tra questi
oggi diritti regolari argini,
lo spazio
si copre di case popolari, di un altro
segregato squallore dentro le forme del vuoto.
…Pensare
cosa può essere – voi che fate
lamenti dal cuore delle città
sulle città senza cuore -­
cosa può essere un uomo in un paese,

sotto il pennino dello scriba una pagina frusciante
e dopo
dentro una polvere di archivi
nulla nessuno in nessun luogo mai.

La sofferenza, cacciala via! Ecco come si fa.

In questo post, come fa intuire il titolo, verrà trattato il delicato tema della mia sofferenza.

Si è ritenuto necessario consegnare alla posterità che, dopo avere passato la giornata a elaborare nuovi, complicati e tonificanti esercizi per i glutei, con sottofondo musicale rigorosamente di dubbio gusto, la mia attenzione si è focalizzata su una questione tanto delicata quanto fondamentale: la sofferenza e la sua relazione con la scrivania. In particolare si è reputato necessario, ai fini dell’evoluzione scientifica del genere umano e del progresso tutto, sapere  quante testate sono necessarie per rompere una scrivania Ikea.

Così tra un post e l’altro si sta cercando la soluzione a questo importante enigma, lo sappia il lettore.

La cosa procura un certo dolore.

La storia che commuoverà voi e i vostri figli, soprattutto se non c’avete una lira

Devo mettervi a conoscenza innanzitutto di una cosa che molto probabilmente non sapete, perché non tutti possono essere esperti come me di produzioni in serie di alberi di Natale. Non vi annoierò con un sacco di dettagli tecnici, né pontificherò su quanto sia complicato costruire un albero di Natale, vi darò, invece, l’unica informazione veramente necessaria: gli alberi di Natale possono essere maschi o femmine (questo perché l’uomo ha poca fantasia e riconduce tutto o quasi a coppie dicotomiche). Per sapere se un albero è maschio o femmina, basta guardare il numero di serie, come si faceva con i cellulari alle medie. Se è un numero pari, è femmina. Se è dispari, è maschio. Se volete sapere di più sul vostro albero di Natale plasticoso, sapete come fare. Attenzione però: potrebbe arrossire, ché sono timidoni generalmente. Fin qui tutto bene.

Ora inizia la parte complicata del racconto, che ridurrò all’osso ché nei blog bisogna essere brevi ed arrivare subito al punto: gli alberi di Natale hanno una loro vita. E’ dura da accettare, tu pensi di averlo chiuso nella sua confezione e di averlo messo in cantina/garage e che tutto sia finito lì (perché sei un odioso antropocentrico) eppure hanno una loro vita. Mica che iniziano a camminare di notte quando tutti dormono o cose così, no: gli alberi di natale comunicano con i loro simili attraverso un complesso sistema, che noi uomini non conosciamo (io lo so perché me l’hanno detto gli ufi e perché questa è la mia storia).

Di seguito verranno elencate le fasi principali dell’esistenza di un albero di natale plasticoso. Nascono in squallide fabbriche, vengono messi uno accanto all’altro dove oltre a comunicare come sono soliti fare, si possono anche vedere e, se sono vicini, toccare, è la loro -diciamo così- infanzia, giocano molto, sono felici; poi vengo trasferiti in negozio- l’adolescenza- anche questo è un periodo tutto sommato felice perché possono continuare a vedersi con i loro amici, alcuni, quelli presi male, fanno la vita da alberi di natale ribelli, a volte si ostinano a non volere finire tra le braccia di quell’uomo o quella donna e si fingono catatonici (questo è il massimo della ribellione per un albero di natale plasticoso); nonostante questo però, finisce sempre che qualcuno li porta a casa, anche se sono catatonici, anzi, a dirla tutta, agli umani piacciono di più quelli catatonici, ma gli alberi adolescenti questo non lo sanno; vengono addobbati con le lucine e le palline- la fase adulta- si sentono ridicoli, sì anche le femmine; poi il cassonetto-la vecchiaia-è una fase relativamente breve; e poi la demolizione- la morte. Sull’aldilà le informazioni sono contraddittorie e io non voglio confondere ulteriormente il lettore.

Finito il preambolo, andiamo direttamente al punto, ché non c’è tempo. La storia che sto per raccontarvi è di un albero di Natale e un altro albero di Natale che vogliono tanto vedersi. E’ vero che gli alberi di natale sanno di essere destinati a una vita in cui la gloria e l’ossigeno durano solo qualche giorno all’anno, sanno anche che sono destinati a starsene da soli dentro a delle scatole di cartone, a non vedere la luce del sole per mesi (gli alberi anziani- innumerevoli sono gli eruditi tra di loro- hanno riflettuto molto su questo e hanno trasmesso la loro conoscenza ai più giovani, in un modo che non conosciamo ma che sta studiando il dipartimento di ingegneria delle telecomunicazioni dell’Università del Mississipi) è vero che sono consapevoli insomma del loro destino, ma ciò non rende affatto più facile il loro esistere.

In particolare i due alberi di Natale plasticosi della nostra storia sono due sognatori, quindi angosciati e combattuti, e hanno passato quasi tutti i giorni della loro vita a dirsi che vogliono tanto rincontrarsi e hanno cercato, invano, per molto tempo di elaborare un piano per fare sì che questo potesse avvenire. Non è avvenuto. Tirati fuori verso l’otto di dicembre, rimessi dentro verso il 6 di gennaio e basta. Tutto qui. Alcun spostamento, nessun modo di incontrarsi, in fondo è impossibile: non sanno nemmeno dove sono. E, uh quanti pianti plasticosi servirebbero per piangere questa crudeltà della loro sorte! E quanto lavoro per gli psicanalisti plasticosi, solo Dio lo sa. Ieri, però, la svolta, ché questo-lo sappia il lettore-è una storia che finisce bene.

Uno dei due stava per ripiombare, prima ancora che nel buio della cantina, nel buio della depressione ché la padrona di casa aveva iniziato a toglierli gli orribili addobbi, già si sentiva mancare l’aria, rassegnato e disilluso se ne stava immobile e- nonostante tutto- maestoso accanto al televisore che trasmetteva “Affari tuoi”, programma di punta della televisione pubblica italiana. Pensò al suicidio, ma agli alberi plasticosi non è concessa nemmeno questa grazia, chiamò il suo psicanalista ma il numero era occupato, immaginò che fossero in molti nella sua stessa condizione e non si sentì per niente meglio. Pensò all’albero plasticoso che tanto voleva vedere, cercò di ricordarsi le sue forme, e stava per piangere plastica, quando finalmente l’idea, come un fulmine, lo attraversa e illumina.

 -Cara, mi senti?

-Sì.

-Sei triste?

-Sì, mi hanno appena tolto l’ultima pallina.

-Per tutte le plastiche! Non ti preoccupare, ho la soluzione a tutti i nostri problemi.

-Come no…

-Andrò ad “Affari tuoi” e vincerò un sacco di soldi.

-Ma figurati se prendono quelli come noi.

 

Questioni delicate. Ovvero potrebbero i dinosauri tornare utili agli esseri umani? Si dibatta.

In una galassia lontanissima dalla nostra via Lattea, dal nome impronunciabile, che non pronuncerò per non scombussolare le corde vocali del lettore, vi è un pianeta molto simile alla terra, in cui vivono degli esseri viventi in tutto e per tutto simili agli uomini. Essi sono bipedi, biocchi, mononasati, biorecchiati, multicapelluti, bimanati, etc. etc. Esattamente come gli uomini. Questo per la scarsità di immaginazione di chi scrive e perché non ci si può liberare dell’antropocentrismo così ta ta, in un attimo.

Sembra strano, e chi scrive ci tiene abbastanza ai collegamenti causa-effetto da non potere fare le ipotesi strane che vorrebbe fare, ma su questo pianeta ci vivono, oltre agli uomini2, proprio gli animali estinti dalla nostra Terra. Non è bellissimo dire “la nostra Terra”? E i panda. Sul perché i panda siano di già lì, non ci sono ipotesi plausibili, ma a chi scrive sembra una profezia brutta brutta per la nostra Terra.

E’ pieno, per dire, di dinosauri e mammut. Sono civilizzati, eh. Non si pensi che il pianeta sia in discordia, anzi, pur essendo gli abitanti principali simili in tutto e per tutto agli uomini, si potrebbe dire, senza temere di offendere la verità, che vi regna una sostanziale pace. Questo da molto tempo, così tanto tempo che questo pianeta dal nome impronunciabile non ha avuto nessuno che dicesse agli uomini2 “vi porto la pace, vi do la mia pace”, ché loro la pace già l’avevano.

Gli animali, anche quelli enormi e pericolosi, sono a servizio dell’uomo,come quasi tutto il resto del creato, a parte i panda, che sono a servizio solo di se stessi, e che su questo pianeta, a quanto pare, hanno i bollori e non fanno altro che riprodursi. Chi scrive è commosso in particolar modo dal ruolo dei dinosauri: per lo più essi sono utilizzati come steward negli stadi, perché anche lì- dove regna la pace- senza i dinosauri, ci sarebbe il problema delle tifoserie violente, ma ci sono i dinosauri sicché.

Descrivere la vita su questo pianeta è complicato e richiede molto tempo, di particolare interesse per noi uomini1 sarebbe analizzare come sia possibile la pace pur essendoci violenza, e chi scrive lo farà molto presto, ma adesso ha un appuntamento dal dottore quindi deve scappare e lasciare il lettore con l’amaro in bocca. Ohi, quanto mi pesa.

Una cosa la si deve dire però, perché è la cosa che più ci ha colpito degli uomini2: essi non si salutano come fanno gli uomini1, stretta di mano, bacini, etc. etc.; essi si vedono, fanno uscire gli occhi dalle orbite- più gli occhi escono e più sono felici di vedersi- si avvicinano l’un l’altro, si girano di schiena e si salutano dandosi un colpo di fondoschiena. Shakerano i culetti. E’ divertentissimo, dovremmo copiarli. Ma la cosa ancora più sorprendente è che, una volta shakerati e scontrati i deretani, a seconda della tonicità dei glutei, essi capiscono lo stato d’animo dell’altro e si dicono cose nella loro lingua strana, che ci sentiamo di tradurre con “Oh amore! Come sei floscio oggi…”  

Motivi per cui è assolutamente necessario piangere #8

#1 #2 #3 #4 #5 #6

Scrivo questo post in preda a un’ondata di sentimentalismo, della specie più terribile. Avrei potuto evitarlo, risparmiando così al grande pubblico una marea di lacrime, e dedicarmi alla mia attività preferita di questi giorni: comprare orologi su Amazon, ma le mie tasche non me lo permettono più.

Le genti di oggi non indossano orologi. Ci avete fatto caso? Che vuol dire? La trovo un’usanza terribile. Un’involuzione, un salto verso l’abisso del non-tempo. La morte.

Cosa succede quando si cresce insieme? Ci si confonde. Alcune cose che erano tue, non sono poi così tanto tue, alcune cose che pensavi non tue sono più tue di quelle che pensavi tue.

Non c’entrava niente, scusate, ma è che stavo pensando che io e mia sorella ci siamo scambiate così tanto i vestiti in questi anni che ora non ricordo più quali sono miei e quali i suoi. A volte confondo pure le nostre storie. Tipo che mi sembra di avere vissuto delle cose che invece sono sue e allora chiamo la mami e le dico “mami ma ero io o O. che…? ” e lei dice “tua sorella” e io le dico “Grazie, mami” lei dice “prego” e penso che lo faccia davvero, pregare dico, per me, anche se la mami non crede a queste cose, a parte quando le appare in sogno la sua mami.

Non so se è una cosa che vi fa piangere, né se avete capito cosa sto dicendo, del resto io non mi sono spiegata così bene; ma nel caso che abbiate capito, allora dovreste diventare sentimentali come me, non comprare orologi su Amazon, non comprare alcunché su Amazon, e piangere leggendo il seguito di questa storia che a un certo punto partirà.

Il mio primo orologio era una cosa di plastica blu, bellissima.  E’ stata la prima cosa che ha comprato mia zia Angie con il suo primo stipendio da baskettara. Che bella. Perché mia zia Angie, diciottenne, pur avendo altri 50 nipoti, col suo primo stipendio fa un regalino proprio a me, che non facevo nemmeno gli anni, è una domanda che non dovreste farvi e che se vi siete fatta dovrebbe risultarvi di facile risposta: ero la bambina più adorabile del pianeta Terra, oppure avevo subito chissà quale trauma, che non ricordo, e tutti avevano pietà di me; ma soprattutto – e questo è il motivo per cui tutti mi riempono di regali da sempre- quando ricevo un dono gradito muovo le mani come le foche e faccio versi simili alle foche since 1987. E’ una cosa che agli umani dà molta soddisfazione. Se siete tristi e avete il male di vivere, dovreste regalarmi, non so, un viaggio in Armenia, un biglietto per il derby, la maglia di Jonathan, una tuta da astronauta, un cappello da chef, un viaggio a Londra a vedere Arsenal vs Red Devils (e vedermi morire di dissidio interiore), tanto Amore e cose così. Vi passerebbe il mal di vivere. Soddisfatti o rimborsati. Fine momento “richieste velate a chisoio“.

Insomma, di questo orologio blu non ricordo altro che il fatto che è realmente esistito, la mami conferma, che era blu, che io lo guardavo inebetita per ore, che mi sembrava bellissimo e che mio nonno ogni volta che mi incrociava mentre giocavo in giardino mi chiedeva l’ora e, visto che io ero ancora troppo cucciola per sapere leggere l’ora, correvo da lui e glielo facevo vedere e lui diceva tipo “un quarto alle sei” e io annuivo soddisfatta. Questo nonostante avesse un suo orologio fighissimo. Questo per circa 20 volte al dì.

La storia è finita qui. Non vi fa piangere? A me sì. Oh.