A proposito della domenica (storie)

La sveglia suona e irrompe nel giorno del riposo e tu apri gli occhi piano, fai fatica come sempre a ricostruire il tuo mondo, sono io- ti dici- sono qui, è domenica, ho ancora sonno. Ti vuoi riaddormentare ma lo schermo del telefono ti notifica dei commenti, li leggi, poi apri altre pagine, poi ti ricordi di guardare se per caso è successo quello che tutti i giornali ti avevano detto di temere. Non è successo, scuoti la testa, odi i giornali. Sei sollevato.

Ti riaddormenti.

Lei non si è mai svegliata, non risponde mai alla rigida chiamata della sveglia, lo sai è compito tuo assicurarti che la giornata inizi. Pensi a quando si sveglierà e ti investirà con le parole dei suoi sogni assurdi, sorridi e la accarezzi, sussurri piano il nome che le hai dato, fino a quando il suo mondo non irrompe e anche lei si assicura di essere lei, di essere lì, accanto a te, in questo giorno del riposo che è la vostra domenica.

La prima parola che dice è “lavatrice”, non lo trovi molto romantico, che romanticismo, amore-le dici, cosa è il romanticismo senza delle mutande pulite?-domanda lei. La baci, scendi dal letto, e stendi la lavatrice, ti piace l’odore del nuovo detersivo che ha comprato.

Fai il caffè e glielo porti a letto, la trovi mentre esaurisce anche lei il rituale mattutino del controllo di un mondo che inaspettatamente sperate uguale a ieri. Che patetici, che codardi.

Il tempo passa e senza nemmeno accorgertene è già l’ora di prendere il computer e cercare il link della tua squadra del cuore, la partita è già iniziata, ma non è successo niente. Non succederà niente tutto il primo tempo, lei ha smesso di starti accanto, è sul divano in salotto legge chissà cosa. Dopo quasi 45 minuti ti manca e vai a sederti accanto a lei, ha il volto corrucciato, guarda con attenzione lo schermo del suo portatile, non sai leggere nel suo sguardo. Guardi anche tu lo schermo, sono delle foto, ritraggono ragazzi simili a te, e- cosa che ti atterra ancora di più- simili a lei, lei pigia con voracità la freccia destra, cambia foto e didascalia, i suoi tempi di lettura sono più veloci dei tuoi, si ferma, legge una lettera, la leggi anche tu. Hai i brividi.

Lei si ricorda dei piatti da lavare, tu ti siedi in silenzio in cucina a bere il tuo latte caldo, hai di nuovo mal di gola- dici. È un gioco crudele- ti dice- se moriamo io, te o altri cento, mille, diecimila come noi non cambia niente. Cambia solo nelle nostre piccole, inutili, vite, ma non importa niente a chi ha il potere, non importa niente al tempo, all’umanità, alla storia, all’universo. Eccolo il suo fatalismo. Non contiamo niente, nessuno-dice- siamo tutti vittime di un gioco crudele. Di un dio crudele a cui non frega niente. Di una storia che può fare benissimo senza di noi. E la vedi lì, davanti al lavello, con gli occhi un po’ racchiusi, tipico del suo sguardo concentrato, che tossisce tutta la sua impotenza e sputa sul giorno del riposo che è la vostra domenica. Te lo dice. Mi sento piccola- ti dice- come quella volta che la violenza l’ho vista così da vicino che mi ha trapassato la cornea, mi ha bruciato il cervello.

Ricomincia il secondo tempo, tu vuoi vederlo, vuoi vivere.

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A proposito delle parole.

Quando io ero piccola, in una delle tante case che ho avuto, l’unica in cui c’era uno spazio tutto mio, la mia camera era piena di parole. I quattro muri della mia adolescenza erano pieni di post-it gialli, tra quei fogli appiccicosi c’erano le parole del mio confuso mondo. Non so come, ma avevo la sensazione di poter capire qualcosa solo riempiendo la stanza in cui passavo così tanto tempo di tutte le parole che c’erano dentro la mia testa. Mi sembrava di calmare il caos dentro di me. Ora che sono grande, io resisto ai post-it. Con fatica, ma resisto. Ci scrivo solo le cose che mi dimentico di fare.

Oggi, se io oggi non resistessi, se la mia mania avesse la meglio, io oggi scriverei “rraskapitem”.

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A proposito di vicinanze

Su un muro vicino a casa qualcuno ha scritto recentemente “Bode”, scritto grosso. Io la prima volta che l’ho visto ho avuto un sorriso al  cuore, del tipo ” ihihuhuh uh”. Oggi l’ho rivisto e mi è venuta voglia di aggiungere a “Bode” “cit. I. Lamce”, scritto piccolo.
Bode insieme a dabode sono state le uniche due parole pronunciate da Ismail Lamce, mio nonno, nei suoi ultimi 12 anni di vita. È una parola così famigliare, a cui il mio orecchio è ancora così abituato, da rendermi questa città, che io non riesco proprio ad amare, un po’ più mia.

A proposito della mia giornata di ieri

Tu leggi, studi, poi leggi meglio e studi meglio, ti svegli alle sei, cambi città, alla stazione prendono in giro la tua fede calcistica, ridono ahahaha, ridi anche tu, mandi mail, pensi a progetti, ne scarti qualcuno, cammini, ascolti vecchi album, dici che devi metterne di nuovi sull’mp3, ne scrivi a tua sorella, ti ricorda che c’è internet, dici ok, poi mandi le mail, rispondi alle mail, sorridi a what’s app, leggi articoli scientifici, dici che li devi studiare, pensi che l’unica cosa che ha senso indagare è il cervello, pensi a Bacone, fissi il vuoto, dici wow pensando alla storia degli uomini, chiami il tuo amico, gli dici che sei in città, fissi un appuntamento, sorridi all’edicolante che ti prende in giro per la tua fede calcistica, rubi pezzi di conversazione al bar, mandi mail, pensi a nuovi progetti, ripensi quelli in atto, pensi alle neuroscienze, avresti dovuto studiarle, forse non è tardi, pensi a internet, ancora dici wow, corri alla stazione, cerchi un corso di tedesco, devi saperlo leggere ti dici, che stupenda l’umanità ti dici, rispondi a tua mamma, le dici che sarai lì alle otto, non posso prima, dai mamma le dici, leggi, pensi di cambiare paese, le ferrovie ti fanno sempre questo effetto pensi, migrare di nuovo ti dici, sbuffi, continui a leggere, tuo padre ti aspetta col vocione di sempre e ti dice che sei arrivata troppo tardi, tu gli dai un bacio, tua mamma ti aspetta con le braccia alzate, è contenta, la abbracci forte, ti rimprovera perché la chiami troppo poco, le dai un bacio, pensi che da quando sei al mondo sei la sua promessa di una felicità più felicità, non ti piace ma è così, cenate, tu parli delle cose che stai facendo e di quelle che hai in mente di fare, loro ti ascoltano, ti raccontano storie come sempre, non conosci i protagonisti, non ti interessano ma sei stupita di come li ascolteresti per ore, pensi a quando hai pensato che avrebbero dovuto darti di più, ti vergogni, sono le dieci e mezzo e tua mamma ti parla, ti sembra che stia meglio, ne sei felice, va bene mamma, buona notte le dici, rispondi al suo bacio, accendi la tivù come un riflesso incondizionato, dovrei guardare una puntata di the wire ti dici, ma è una cosa che facciamo insieme ti ricordi, pensi alla ritualità e ai simboli, wow dici ancora, ti trovi davanti la faccia di uno dallo sguardo ottuso, come ne hai visto tanti, come ne hai disprezzato tanti, capisci che l’oggetto della trasmissione sono i rom e se è vero che rubano, non riesci a crederci, sono anni che non vedi un talk politico, ridi quando pensi a politico, ti chiedi se la puntata successiva tratterà l’annoso problema degli americani e se è vero che sono stupidi e viziati come sembrano, senti dire all’uomo dallo sguardo ottuso che i rom sono la feccia della società, non ci credi, lo senti urlare di nuovo che gli zingari sono la feccia della società, in studio c’è una donna sinti e non la vedi picchiare quell’uomo dallo sguardo ottuso, ti arrabbi e ripensi a quella volta che qualcuno ti avevo detto che quelli della tua razza, sì lo avevi sentito dire proprio razza, sono delle merde, ripensi a come ti è salita la rabbia al cervello, a come ti ha offuscato la vista, a come gli hai tirato un calcio diritto veloce in mezzo alle gambe come ti ha insegnato tuo padre quando si preoccupava che tu fossi abbastanza forte da affrontare quelli con lo sguardo ottuso, rivedi i tuoi pugni chiusi così simili alla rabbia di tuo padre, ringrazi il cielo di non aver avuto la sua forza fisica perché altrimenti lo avresti voluto vedere sanguinare, ti fai schifo, ti fa schifo la violenza, sei fiera di quel calcio, sei arrabbiata, vai a letto, non dormi.

A proposito dell’essere grandi.

Mi è capitato recentemente di sentirmi grande. Era il 14 dicembre del 2014, io avevo addosso un delizioso cappotto grigio, era domenica, un giorno grigio, il parcheggio era vuoto di uomini e pieno di macchine e io stavo cercando la mia macchina grigia -che poi proprio mia non è, ma questa discussione sugli aggettivi possessivi interessa solo me e mio padre il giorno in cui tocca pagare l’assicurazione.

C’era un po’ di vento e io soffrivo il freddo, come sempre, e invocavo l’arrivo della primavera- una primavera senza pollini sarebbe l’ideale, mi dicevo. Subito dopo aver formulato ed espresso il rituale brrr ho pensato, guardandomi altezzosa camminare a testa alta nei vetri scuri delle macchine “wow, sono proprio diventata grande”.

Non è stato il fatto di aver trovato subito la macchina a convincermi – anche se era, indiscutibilmente, un segno della mia sopraggiunta maturità. Né il fatto di avere preso qualche chilo a farmi dire che ero grande, ché, ahimé, sempre un corpicino dalle ossa fragilifragili e con una testa piena di capelli spettinati rimango. Non è stato nemmeno l’avere preso delle decisioni e averle comunicate a chi avrebbe gioito, e contemporaneamente sofferto di più, dei passi che stavo per fare- e che poi ho fatto.

È stato- credo – il sentire, toccare con mano, la percezione chiara e distinta che tutto quello che mi gravava e grava sulle spalle, che quello che mi angosciava e angoscia, che tutto quello che io ero e sono, è piccolopiccolo.