Fatjona e Rihanna, 2 <3 nella pallavolo

 Fatjona, in preda a un evidente esaurimento nervoso, ieri notte distesa sul suo letto mentre per addormentarsi si contava le dita dei piedi, pensava a come dormono i pesci, poi a come dormono gli angeli, e le è venuto in mente che dormissero con le ali incastrate tra i rami dei baobab -perché come fai a dormire se hai delle ali enormi?- quindi il baobab sembrava una risposta valida a Fatjona. Poi in realtà Fatjona ha pensato che dormire così non era tanto bello e allora Fatjona stava per mettersi a pregare e dire a Gesù che va bene che lui era morto in croce, però fare dormire così gli angeli era una crudeltà, poi, però, Fatjona si è ricordata della pace nel mondo e della fame nel mondo e allora si è messa a pregare per la pace nel mondo e la sazietà nel mondo.

Fatjona mentre era così impegnata in così importanti vicende ha avuto l’illuminazione più importante della sua vita e che, cioè, il problema principe di tutti i suoi mali fosse il fatto che parlasse di se in prima persona, come se Fatjona, le sue parole, la voce narrante e le persone che sceglie di essere (dove essere significa mostrare, ché Fatjona mica ci crede al verbo essere) dovessero essere un tutt’uno. Poi per assonanza Fatjona si è messa a pensare agli unni ad Attila e a Filippa Langeberck. Insomma ecco perché Fatjona parla di se in terza persona: la colpa è di Gesù che non fa dormire gli angeli. Prendetevela con lui o in alternativa con gli angeli.

Rihanna morirà. Moriremo tutti non è mica uno scoop, ma Rihanna morirà prima ed è una cosa che sta facendo soffrire Fatjona da un po’. E morirà perché pur essendo figa in maniera incredibile e pur avendo un sacco successo e un sacco di soldi, pur cantando delle canzoni odiose e stupide, pur avendo delle belle tette, e pur sapendo ballare e pur chiamandosi Rihanna è  infelice. Ed è infelice perché, l’ho letto sul blog di Uomini e Donne  a cui voglio fare concorrenza, si è innamorata di uno che non la caga.  E’ la storia più mediocre del pianeta. Ora, Fatjona ha molta empatia con Rihanna da quando ha visto questo video e si è accorta che Fatjona fa gli stessi versi tra le colline del Chianti quando va a correre. Quindi Fatjona voleva che l’attenzione dei gentili lettori cadesse su questa storia strappalacrime.

Per giustificare il titolo a Fatjona tocca dire che non le è mai riuscito giocare a pallavolo perché è uno sport dove si deve essere concentrati in un modo in cui Fatjona non riesce mai ad essere concentrata, però una volta Fatjona ha aperto il cuore di un maiale durante una lezione di scienze.

Fatjona ci tiene a precisare per il suo buon nome che non è ubriaca.

Idee imprenditoriali

Immagino che non lo sappiate perché se lo sapeste non parlereste d’altro, quindi adesso lo saprete perché io sto per dirvelo e tremerete, i più forti piangeranno, i più duri stringeranno i pugni e diranno ai più forti che non è niente, i più deboli moriranno.  Hai voluto Darwin, baby?

Margherita Hack ha detto che praticamente se gli alieni ci parlassero noi non potremmo ascoltarli.*

Quindi in pratica siamo diventati sordi, o lo stiamo diventando, credo che sia per colpa del wi-fi.

Adesso, in queste ore, scriverò un romanzo prendendo spunto da Cecità di Saramago e lo chiamerò Sordità. Sarà un giallo in cui praticamente un alieno giallo, che scrive di giallo, e si firma con il nome Yellow_7, va alla ricerca dell’unico non sordo in un pianeta di sordi.

*non so se l’ha detto per davvero. l’ho letto su twitter. vatti a fidare.

Piano, per favore. (Non piano lo strumento musicale, l’avverbio)

A me piacciono le cose lente -che dico?-lentissime.
Mi piacciono, per dire, i latte macchiati freddi che durano ore. Ci metto un’eternità a finire un bicchiere di vino, almeno che non sappia che se non fo veloce lo berranno altri al posto mio. (Io credo molto alla selezione darwiniana dell’ubriacone.) Quando mangio, pur non mangiando niente per problemi di stomaco ma soprattutto di salute mentale, sono l’ultima a finire. Quando partecipo a un incontro o guardo un film, di solito le persone attorno a me sanno rispondere alla domanda “eh, che te ne pare?”, io no.
Io devo tornare a casa, devo mettermi sulla scrivania, devo guardare fuori dalla finestra contare quante nuvole riesco a vedere senza spostare il busto, ma l’atlantide (sarebbe una vertebra del collo, è una di quelle cose che scrivo per fare vedere che so tutto-1) sì. Poi conto le sigarette che fuma quella che abita di fronte a me, conto le mie, e quante luci si accendono e quante si spengono. E i metri cubi d’acqua consumati da quelli del palazzo accanto. E quante macchine passano. E quante bici. Poi mi stanco e vado a letto.
Io non so pensare. Io odio la velocità. E’ per questo, credo, che volevo farmi monaca.

E’ come quando tu devi fare un viaggio, quando hai una meta, una destinazione, qualcosa da vedere o fare, qualcuno da incontrare, ecco in quel caso vai veloce, è giusto. Ma una meta io mica ce l’ho, ché la mia meta è il mio stancarmi,  la mia nausea. Io lo so, non mi piace, ma lo so. E allora a me piace andare piano.
(Anche se in macchina, in realtà, vado veloce. Perché so che ci metterò tanto a parcheggiare.)
Quindi io faccio tutto piano, in una maniera tale da irritare mia madre, che dice sempre che il gene della velocità l’ho preso da mio padre. E’ una cosa che dice per tutte le cose (mi piace molto dire cosa cose) negative che ho.
A volte, quando è buona, dà agli antenati di mio padre la colpa, e non a lui direttamente- ché poverino c’entra il giusto pure lui-dice. Anche se solitamente sostiene che lei mi ha fornito di un patrimonio genetico di tutto rispetto, e che ho fatto un po’ tutto da me poi. E io le dico “e c’hai ragione… i condizionamenti ambientali, un po’ di crossing over sbagliati e diventa tutto un macello” e lei diventa fiera di me e di come ho studiato la genetica a suo tempo.

A me la velocità fa venire la nausea, come quando questo inverno sono dovuta stare 48 ore in barca in alto mare perché c’era un vento così forte che non si riusciva ad ancorare, e a me non è che mi venisse da vomitare, io mi percepivo solo come vomito, e pensavo che i pesci non fossero altro che vomito muto.

Ecco io faccio coming out. Io odio Internet. Perché Internet è la cosa più veloce del mondo. Più dei neutrini, che volevano barare ma poi li hanno sgamati.
Internet mi fa girare la testa come 48 ore in alto mare per la quantità di informazioni che ricevo, quasi tutte sommarie, e non ho il tempo di rendermi conto che sono sommarie perché devo già aprire un nuovo link e pensare a una nuova cosa, farmi un’idea su quella e poi aprire un’altra finestra ancora.
Ecco, io odio Internet perché le persone curiose come me, nel preciso modo in cui sono curiosa io, Internet le uccide.

Motivi per cui è assolutamente necessario piangere #5

1, 2, 3, 4

Correva l’anno 1996, e io che sono ormai una signora, per quanto fatichi a crederlo,  non voglio certo dire qual è la mia età, ma nel 1996 avevo 9 anni, certo dipende dal mese. Quelli prima di settembre avevo 8 anni, ma dal 22 di settembre in poi ne avevo nove. Dati i dovuti riferimenti temporali, possiamo andare avanti.

Nella mia città natia c’è una tradizione spettacolare:  le scuole elementari fanno una specie di torneo di calcio. Chi vince è Dio e va a fare il torneo regionale. Chi vince il torneo regionale è Ronaldo, sempre quello vero, non Cristiano, quelli dei tempi d’oro, che è sopra a Dio stesso. Mi si perdoni la blasfemia, ma su certe cose bisogna essere chiari.

Il motivo per cui mi sono appassionata al calcio è molto semplice: durante la ricreazione le mie compagne di classe passavano il loro tempo a litigare e tirarsi i capelli, mentre i miei compagni se la spassavano giocando a calcio con il pallone di carta, a volte di latta (nel senso che tante lattine legate con lo scotch fanno un pallone, se sei bravo) o facendo a botte seriamente, che come è universalmente riconosciuto è un’arte certo molto più nobile del tirarsi i capelli. Questo mi fece credere che il mondo maschile fosse superiore a quello femminile, convinzione che ancora nutro, in parte.

La mia radiosa carriera calcistica iniziò, dunque, con me che guardavo questi baldi maschioni sfidarsi tutti a colpi di scivolate. In quel momento capii che amavo immensamente l’umanità, e soprattutto quella parte di umanità che tirava calci a un pallone o a uno stinco. Penso di avere provato allora il mio primo istinto sessuale, ma non ne sono certa.

Da semplice osservatrice delle altrui giocate diventai presto telecronista per lo sfigato che nessuno voleva in squadra, nemmeno in porta. Egli, animo gentile e sensibile, forse un po’ gay, oltre a subirsi quell’umiliazione, che anche un decimo bastava, si doveva subire me che credevo con convinzione di essere Bruno Pizzul, o almeno di esserlo stata in qualche altra dimensione spazio temporale. Mi odiava, ma in profondissimo silenzio. Poi divenni arbitro. E mi odiarono tutti, e nessuno lo fece in silenzio.

Io, che non amo essere odiata e che amo il silenzio, capii che quella non poteva essere la mia strada. Così, chiesi a mio padre di insegnarmi a giocare a calcio, ma essendo mio padre Gattuso, mi insegnò solo a tirare calci agli stinchi delle persone, e alla mia prima obiezione da anima buona e pia cioè “ma babbo, ma non si fa, ma così mi buttano  fuori” mi scaricò definitivamente dicendomi che non avrei mai saputo giocare a calcio se non imparavo a mirare agli stinchi.
Quindi iniziai da sola con un supertele blu a palleggiare con il piede a martello. Dopo ore e ore e ore e pomeriggi passati in solitudine: io, me, il supertele e un bambino di circa tre anni che mi voleva rubare il pallone finalmente riuscii nell’impresa: dieci palleggi di fila. Che poi divennero 50, poi 100, poi 150. Di fila! Ah!

Dopo tutta questa fatica, dopo che avevo imparato a tenere la palla incollata ai piedi, dopo che mio padre, in uno slancio improvviso di bontà, mi aveva comprato la maglia di Del Piero, che era il suo giocatore preferito, non certamente il mio, per quanto io ancora non avessi definito per bene la mia identità di interista, e soprattutto dopo che uno dei maschi si ruppe una gamba, arrivò il mio momento. Potevano scegliere tra me e lo sfigato un po’ gay, mi diedero il premio fedeltà per avere assistito alle loro partite con molta partecipazione, e lo sfigato un po’ gay, umiliato di nuovo, continuò a odiarmi, nonostante io gli mandassi trionfante i bacini e gli facessi i versi perché io stavo giocando e lui no. Sono sempre stata una persona sensibile.

Ovviamente finii in porta. E ovviamente è la cosa che meno mi riesce al mondo dopo cucinare. Quindi, durante una partita, con quelli dell’altra quarta, lasciai la mia porta (portieri volanti) e andai, dribblandoli tutti, alla porta del mio avversario e presi il palo pieno.

Carestie e pestilenze stavano per abbattersi su di me, ma il pallone finì di nuovo tra i miei piedi e il gol fu facile facile. Trionfo. Tripudio. Onore e gloria. Il portiere non lo feci più.

Quando il maestro che si occupava del nostro corpo dovette selezionare quelli che avrebbero rappresentato la gloriosa scuola di musica nel torneo delle scuole elementari della città io fui convocata. Trionfo. Tripudio. Onore e gloria.
Le maglie erano blu. Io avevo il numero 7. Allenamenti pomeridiani a gogò con un pallone vero. Duemila moduli diversi. E mia madre che sclerava ritenendo che una signorina non dovesse giocare a calcio “perché se giochi a calcio ti vengo le gambe storte”. Allenamenti di basket saltati. E una roba che mi sa di felicità, ma ne sono certa.

Alla fine decise di giocare con un originalissimo 4-4-2 ed essendo che io ero rapidissima e sapevo tenere la palla finii nel duo di attacco, facevo la seconda punta, ma in panchina. Torneo a eliminazione diretta. Arrivammo ai quarti di finale con me che avevo toccato solo i palloni che uscivano dal terreno di gioco, ma con classe. Siccome il fato a volte è clemente, si fece male uno dei nostri e fu di nuovo il mio turno. Questo mio concetto di fato clemente è un po’ discutibile, me ne rendo conto.

Mentre stavo per entrare in campo mi assalì un dubbio terribile. Farmi o no il segno della croce come facevano i calciatori in tivù, ci tengo a chiarire in questa occasione che vengo fuori da una famiglia di pagani. Non riuscivo a decidere, quindi rimasi per un po’ di tempo lì a bordo campo a fissare il vuoto e a pensare se farmi il segno della croce potesse aiutarmi ad arruffianarmi un po’ il dio del pallone oppure no, fino a quando il mio allenatore non mi diede un calcio e io entrai in campo senza farmi il segno della croce.

La partita la vincemmo e io feci quello che dovevo fare. A un certo punto fui addirittura altruista  e regalai un gol a quello che faceva la prima punta nonostante sognassi di segnare.  Arrivammo, dunque, in semifinale. Due gol. No dico, due gol! E un assist. Quindi fu finale.

Tutte le scuole elementari della città erano sugli spalti a guardare la partita. La nostra scuola, essendo una scuola di musica, non era mai arrivata in finale. Il pubblico era contro di noi perché avevamo l’aria un po’ da spocchiosi.
5 a 4 per gli altri a due minuti dalla fine. Lamçe, col numero 7, si fa coraggio: progressione sulla fascia destra, ne scarta due, cross nel mezzo, di testa il numero 10, il portiere manda in calcio d’angolo. Angolo da destra, batte il numero 6, mischia in aria, il pallone esce dall’aria di rigore, Lamçe, ha davanti un avversario, porta la palla sull’esterno, lo salta, ha lo spazio per tirare, tira di interno piede. Rete! Reeeeeeeeeeteeeeeee! RRRRRReeeeeeeteeeeeeee!

Dio Santo, la felicità!

5 a 5 e calci di rigore.

Niente, segnano tutti tranne me, che avevo il cuore in gola e mi tremavano le gambe.

Non ho pianto davanti a tutti. Non ho pianto nemmeno quando i miei compagni mi hanno infamato,  nemmeno quando sono passata accanto allo sfigato un po’ gay che se la rideva di brutto, e nemmeno davanti a mia madre mentre diceva che non è uno sport da femminucce. Ma sotto le coperte del mio letto, solo Ronaldo, che è quello di prima, quello sopra Dio, sa quanto ho pianto.

(avevo un pigiama a righe con una grande barca a vela)

Hai mai tirato un calcio di rigore?

Lo sai come batte il cuore?
E le gambe?
Hai idea di come tremino?

Fortuna che il mondo è rumoroso.

Che i tifosi fischiano e gli avversari urlano.
Coprono il rumore della paura.

Sai cosa significa sbagliare un calcio di rigore?
Niente. E’ solo un calcio di rigore.
Ma non basterà De Gregori a salvarti.

Miceti (niente refusi nel titolo. se non sai, wikiPIEDati)

C’erano una volta due scarpe e un piede.
Un piede solo.
Le scarpe facevano il solletico al piede. Che comunque non lo soffriva, faceva finta.
Le scarpe stavano comode. Le scarpe ridevano. Si divertivano. Le scarpe sono dei mostri.
Le scarpe erano eccitate dalla novità e dalla loro originalità. Erano due, erano belle, un po’ mutilate dal tempo e dal fango, quel poco che basta per essere belle, e stavano in un solo piede.

Il piede preferiva le piume alle scarpe. Le piume sono più delicate.
Il piede soffriva. Il piede sudava. Le unghie erano diventate giallo vomito, come succede ai piedi con esperienza. E poi la micosi. I funghi. I calli.
Il piede si sentiva oppresso come un pesce surgelato dentro la sua confezione senza aria, però, gli piacevano le calle.
Così un giorno il piede sognò di fare surf sopra le curve perfette della calla che vedeva in terrazza.
Si tolse le scarpe con un atto violento, scuotendosi tutto, come un pesce fuor d’acqua, mezzo morto, mezzo vivo. Quelle, che avevano capito qual era la sua intenzione si misero a sghignazzare.
La micosi dà alla testa –si dissero, poi si corressero- al piede. Ahahahaha!

Il piede le abbandonò. E poi le gettò via dalla terrazza con un calcio. E le scarpe volarono. E non risero più,  e si separarono. Ma non si fecero male.

Il piede accarezzò la calla con le sue dita, e si immerse nel biancore della calla. Pensò al giallo dei calli. E trovò il mondo ingiusto. Poi gli venne freddo.
E si prese altre scarpe.

Morale della storia: mai tenere il piede in due staffe. L’avevi capito?

Aggiornamenti #5 ( ossia giornalismo all’acqua di viole)

Cari amici che  frequentate queste pagine, come voi sapete, a me personalmente non me ne frega un fico secco della Formula 1, che trovo lo sport più noioso dell’universo e  ancora faccio fatica a digerire il binomio Formula 1 o Moto GP, il discorso non cambia, sport; vabbe’ forse non lo sapete, ma ora sì), su NoClaps abbiamo pubblicato testé un articolo fighissimo che parla anche di Formula 1.

Gli appassionati di tale sport lo leggano, i non appassionati come me lo leggano lo stesso perché magari risulta interessante.

E comunque a me Giulio Delfino mi sta simpatico, lo volevo dire.

Daria Bignardi, invece, non la reggo.

16/04/2012

Ci sono delle leggi non scritte, ma che hanno una valenza universale e di cui non tutti sono a conoscenza. Trovo che sia il momento adeguato per scrivere una di queste. Eccola.
Se devi accompagnare dei bambini a fare qualcosa di diverso dalla ritualità quotidiana, qualsiasi cosa essa sia, accadrà qualcosa di epico. Qualcosa che loro si racconteranno tra di loro per anni, e tu, che li hai semplicemente accompagnati, sarai per sempre quella cosa lì.

Apri tonda.

Questa legge rasserena molto gli educatori, non è necessario, infatti, scervellarsi alla ricerca di qualcosa di particolarmente originale da dare in pasto a individui assolutamente poco originali come succede con gli adolescenti, che sono teneri e carini da vedere, che io amo tra l’altro,  amo moltissimo, e con i quali lavoro, ma che annoiano a morte. Principalmente perché emulano i genitori nel loro prendersi sul serio. Bleah!

Chiudi tonda.

Le mucche per me non hanno niente di affascinante, lo stesso vale per tutti gli animali del regno animale. Non è vero. Mi piacciono un sacco. Mi guarderei documentari per ore e leggerei solo Focus, solo che a volte me lo dimentico.

Ci sono miliardi di cose che un bambino può fare in una fattoria, soprattutto se il bambino non ha mai visto una fattoria, la prima di queste è farsi sputare nel viso da un cavallo, la seconda è farsi dare un calcio da un asino, la terza è rotolare nel fango con i maiali e così via…
La cosa più figa che può capitare a un bambino in gita in campagna è la pioggia. Uno perché gli impermeabili dei bambini sono bellissimi e loro lo sanno, due perché per riuscire a metterselo fanno come Balotelli con la casacca, e tre perché quando le mamme vanno dagli educatori, mano nella mano con il bambino vestito come se fosse al polo nord, a dire “ma piove!!” possono rispondere “maremma mamma, è solo acqua!”.

Le mamme fanno un viso un po’ imbronciato e molto preoccupato, esprimono tutto il loro esaurimento nervoso e, lasciato il bambino, vanno in farmacia a comprare le supposte.
L’ho già detto, lo ridico, le mamme sono persone orribili.

Non so come ma i bambini sono fatalmente attratti dalla terra. Questo fa sì che cadano in continuazione provocando il pianto del diretto protagonista e le risate senza fine dei compagni, consapevoli in cuor loro che tanto faranno la stessa fine prima o poi, ma che comunque si godono quella ciclicità giusta del destino. Tutti cadono, tutti ridono, tutti piangono.
E’ un mondo democratico quello delle cadute dei bambini. Come la morte e la cellulite.

Ma.

Per quanto tutto questo diverta in maniera incredibile, ciò che rende epica una giornata in fattoria è vedere l’educatore, che rappresenta come dire l’adulto, prima farsi sputare da un cavallo, poi farsi dare un calcio da un asino, poi scappare terrorizzato come un cretino al primo muggito di una mucca, poi pestare uno sterco di un qualsiasi animale, scivolare e cadere di faccia nel fango più fango, tutto questo senza avere un impermeabile fighissimo, e poi rotolare tutti insieme nel fango più fango dell’universo.