A proposito di giorni caldi

Fa molto caldo oggi e mi è tornato in mente un giorno torrido di quasi 20 anni fa. Noi cuginetti eravamo tutti insieme nel cortile della vecchia casa di mia nonna e aspettavamo che fosse tutto pronto per andare al mare. Avevamo i sandali, il costumino e tanto buon umore. Qualcuno dei miei cugini per riempire l’attesa ci disse che aveva visto proprio quel giorno un signore con il cappotto passeggiare per il suo quartiere, noi altri, dopo un momento di iniziale scetticismo, iniziammo a ridere e a prendere in giro il vecchio così scemo da indossare un pesante cappotto in un giorno così torrido. Ahahaha e ihihih.

Mio padre ascoltò quella storia molto arrabbiato per le nostre risate e provò a spiegarci delle cose fino a quando non gli dissero “vabbè zio, scommetto che tu non andresti mai in giro adesso con il cappotto”; a quel punto, prese uno dei cappotti di suo padre e disse “forza andiamo al mare ché è tardi”.

Quando era mio padre a portarci al mare ci mettevamo tutti in fila indiana dal più piccolo al più grande e marciavamo dietro di lui con l’ombrellone. Così quel giorno marciammo dietro a un signore con il cappotto e l’ombrellone un giorno rovente di 20 anni fa.

A proposito dei curriculum

Che cos’è necessario? E’ necessario scrivere una domanda, e alla domanda allegare il curriculum.

A prescindere da quanto si è vissuto è bene che il curriculum sia breve.

È d’obbligo concisione e selezione dei fatti. Cambiare paesaggi in indirizzi e malcerti ricordi in date fisse.

Di tutti gli amori basta quello coniugale, e dei bambini solo quelli nati.

Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu. I viaggi solo se all’estero. L’appartenenza a un che, ma senza perché. Onorificenze senza motivazione.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso e ti evitassi.

Sorvola su cani, gatti e uccelli, cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo che il valore e il titolo che il contenuto. Meglio il numero di scarpa, che non dove va colui per cui ti scambiano. Aggiungi una foto con l’orecchio in vista.

È la sua forma che conta, non ciò che sente. Cosa si sente? Il fragore delle macchine che tritano la carta.

(Wieslawa Szymborska, poesia tratta da Vista con granello di sabbia,  a cura di Pietro Marchesani, Adelphi.)

A proposito di migrazioni

Mi sono ricordata oggi, che è il 4 marzo, che dietro a una delle foto che mi ritraggono piccina e in una specie di tuta aerospaziale* c’è scritto “4.3.91 Oggi mio zio è partito per l’Italia e io gli mando un bacio. Ciao zio ***** ci vediamo presto”. Affinché non mi si attribuiscano anni che non ho, all’epoca io non sapevo certo scrivere, e non servono fini grafologi per verificare che quella non è la mia scrittura.

Non ho nessun ricordo di quel giorno, ho solo storie non mie. La mia preferita è questa versione**: tuo zio stava tagliando l’erba dello stadio Flamurtari (glorisa squadra di Valona), poi è arrivato il suo amico D, lo conosci?, e insomma gli ha detto “io parto per l’Italia, c’è una nave” e tuo zio ci ha pensato un attimo e ha detto “vaffanculo anche io parto per l’Italia”, così si sono imbarcati e poi niente sono arrivati in Italia. Noi invece, molto preoccupati per le sofferenze dell’emigrazione, abbiamo preso tutti voi bambini e siamo andati a farvi le foto da mandare a tuo zio che però, quando gli abbiamo chiesto se le voleva, ha detto di no.

*una strana perversione di mia madre che non ho mai capito, ho foto di me in tuta aerospaziale a tutte le età: Fatjona in tuta aerospaziale, 1988, 1989,1990, 1991, 1992, 1993 etc. etc.

**Esistono una marea di versioni di questa storia, ognuno ha la sua, il punto di maggior discordia è sul momento prima dell’arrivo di D (in tutte le versioni arriva D): zio ***** stava tagliando l’erba? si stava allenando? era a casa a dormire? Nessuno lo può sapere, del resto zio ****** non hai mai voluto raccontare come sono andate veramente le cose,  ma  ho scoperto oggi  che Repubblica ne parlava così.

 

 

A proposito dell’ottusa e disperata aggressività dei venditori di contratto porta a porta.

Sono Pada dell’Iren ha detto il mio coetaneo, vestito tutto per bene, rasato, ben pettinato, con un profumo così forte da sfondarmi le narici- deve essere una specie di strategia di marketing sensoriale, ho pensato, qualcuno deve aver detto “ah dimenticavo, ragazzi, mettetevi un profumo deciso e STENDETELI TUTTI!”. Mi faccia vedere le sue bollette- mi ha detto. Sono Pada dell’Iren, mi faccia vedere le sue bollette. Non è questione di interesse, signora- ha detto- mi deve fare vedere le sue bollette. Sono Pada dell’Iren. Deve prendere il suo bonus luce e gas. Deve farmi vedere le sue bollette. Gliel’ho già detto chi sono. Sono Pada dell’Iren e lei mi deve fare vedere le bollette.

Signor Pada dell’Iren- ho detto infine io- lei ha un nome bellissimo, potrebbe essere benissimo il nome di una città “Pada dell’Iren”, non le sembra il nome di una città? Certo “Pada sull’Iren” sarebbe ancora più bello, ma bello davvero. Dovrebbe crearsi una città e chiamarla “Pada dell’Iren”. Signora- ha detto lui- guardandomi come si guardano i pazzi- Iren è il nome della compagnia per la quale lavoro. Arrivederci, signora, arrivederci.

A proposito della domenica (storie)

La sveglia suona e irrompe nel giorno del riposo e tu apri gli occhi piano, fai fatica come sempre a ricostruire il tuo mondo, sono io- ti dici- sono qui, è domenica, ho ancora sonno. Ti vuoi riaddormentare ma lo schermo del telefono ti notifica dei commenti, li leggi, poi apri altre pagine, poi ti ricordi di guardare se per caso è successo quello che tutti i giornali ti avevano detto di temere. Non è successo, scuoti la testa, odi i giornali. Sei sollevato.

Ti riaddormenti.

Lei non si è mai svegliata, non risponde mai alla rigida chiamata della sveglia, lo sai è compito tuo assicurarti che la giornata inizi. Pensi a quando si sveglierà e ti investirà con le parole dei suoi sogni assurdi, sorridi e la accarezzi, sussurri piano il nome che le hai dato, fino a quando il suo mondo non irrompe e anche lei si assicura di essere lei, di essere lì, accanto a te, in questo giorno del riposo che è la vostra domenica.

La prima parola che dice è “lavatrice”, non lo trovi molto romantico, che romanticismo, amore-le dici, cosa è il romanticismo senza delle mutande pulite?-domanda lei. La baci, scendi dal letto, e stendi la lavatrice, ti piace l’odore del nuovo detersivo che ha comprato.

Fai il caffè e glielo porti a letto, la trovi mentre esaurisce anche lei il rituale mattutino del controllo di un mondo che inaspettatamente sperate uguale a ieri. Che patetici, che codardi.

Il tempo passa e senza nemmeno accorgertene è già l’ora di prendere il computer e cercare il link della tua squadra del cuore, la partita è già iniziata, ma non è successo niente. Non succederà niente tutto il primo tempo, lei ha smesso di starti accanto, è sul divano in salotto legge chissà cosa. Dopo quasi 45 minuti ti manca e vai a sederti accanto a lei, ha il volto corrucciato, guarda con attenzione lo schermo del suo portatile, non sai leggere nel suo sguardo. Guardi anche tu lo schermo, sono delle foto, ritraggono ragazzi simili a te, e- cosa che ti atterra ancora di più- simili a lei, lei pigia con voracità la freccia destra, cambia foto e didascalia, i suoi tempi di lettura sono più veloci dei tuoi, si ferma, legge una lettera, la leggi anche tu. Hai i brividi.

Lei si ricorda dei piatti da lavare, tu ti siedi in silenzio in cucina a bere il tuo latte caldo, hai di nuovo mal di gola- dici. È un gioco crudele- ti dice- se moriamo io, te o altri cento, mille, diecimila come noi non cambia niente. Cambia solo nelle nostre piccole, inutili, vite, ma non importa niente a chi ha il potere, non importa niente al tempo, all’umanità, alla storia, all’universo. Eccolo il suo fatalismo. Non contiamo niente, nessuno-dice- siamo tutti vittime di un gioco crudele. Di un dio crudele a cui non frega niente. Di una storia che può fare benissimo senza di noi. E la vedi lì, davanti al lavello, con gli occhi un po’ racchiusi, tipico del suo sguardo concentrato, che tossisce tutta la sua impotenza e sputa sul giorno del riposo che è la vostra domenica. Te lo dice. Mi sento piccola- ti dice- come quella volta che la violenza l’ho vista così da vicino che mi ha trapassato la cornea, mi ha bruciato il cervello.

Ricomincia il secondo tempo, tu vuoi vederlo, vuoi vivere.

A proposito delle parole.

Quando io ero piccola, in una delle tante case che ho avuto, l’unica in cui c’era uno spazio tutto mio, la mia camera era piena di parole. I quattro muri della mia adolescenza erano pieni di post-it gialli, tra quei fogli appiccicosi c’erano le parole del mio confuso mondo. Non so come, ma avevo la sensazione di poter capire qualcosa solo riempiendo la stanza in cui passavo così tanto tempo di tutte le parole che c’erano dentro la mia testa. Mi sembrava di calmare il caos dentro di me. Ora che sono grande, io resisto ai post-it. Con fatica, ma resisto. Ci scrivo solo le cose che mi dimentico di fare.

Oggi, se io oggi non resistessi, se la mia mania avesse la meglio, io oggi scriverei “rraskapitem”.

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